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Scandaloso Genet: all’Avirex Tertulliano il Teatro delle Bambole omaggia un autore scomodo

Paolo CrespiPaolo Crespi 8 mesi fa
Il fiore del mio Genet

Ancora due sere, a Milano, per cogliere la sfida del Teatro delle Bambole che con Il fiore del mio Genet portano in scena l’omaggio a un autore scomodo, maledetto e forse anche un po’ ingombrante, con tutta la potenza e la mitologia di quel suo essere irremovibilmente “contro” le convenzioni e le ipocrisie del proprio tempo, il ‘900, vissuto nell’interezza delle sue contraddizioni e opportunità, artistiche ed esistenziali.

Niente paura, nella ricerca del regista Andrea Cramarossa – fondatore della compagnia pugliese che opera all’interno di una bella masseria di Modugno, alle porte di Bari – e degli attori Federico Gobbi e Domenico Piscopo non c’è autocompiacimento né provocazione fine a se stessa, come pure sarebbe facile di fronte a un “corpus” di opere iconoclaste che vanno da Le serve a Querelle di Brest, per citare due dei titoli più famosi e rappresentati (anche grazie alle magistrali traduzioni di Giorgio Caproni) della produzione genetiana.

Il loro “spettacolo itinerante tra i bassifondi dell’anima”, come recita il sottotitolo, prende le mosse dalla poetica e dall’immaginario erotico-religioso del celebre scrittore, poeta e drammaturgo francese che amava gli uomini, ma prescinde dalle citazioni letterali e letterarie per concentrarsi invece sul lavoro attoriale, una sorta di “sintonia fine” dei mezzi fisici e vocali profusi dagli interpreti nel corpo a corpo con i loro personaggi che sono la base di ogni serie proposta teatrale.

Pochi simboli e orpelli distintivi – i copricapi piumati a forma di uccello, una portantina processionale con la statua della Madonna, i tacchi a spillo, le croci, le vestagliette, i ceri dell’agnizione finale – evocano la vita vissuta o solo sognata dentro e fuori il carcere di due ladruncoli assassini per caso o per necessità, innocenti e condannati dal fato e dalla reclusione a ripetere e rielaborare all’infinito le ossessioni e i vari percorsi di iniziazione che li hanno condotti fino a qui, stasera, davanti a noi, il loro pubblico.

Il resto è bravura, rischio, sacrificio di una mise en scène non sempre facile da decodificare e accogliere empaticamente. Una sfida, appunto, vinta grazie alla sincerità, al rigore da entomologi e ai momenti di alleggerimento offerti da poche, azzeccate scelte musicali: da Maria Nazionale a Babx (Le condamné a mort, dedicata a Jean Genet) e Lara Fabian (Je suis malade). Da vedere e se possibile rivedere.

Allo Spazio Avirex Tertulliano fino a domenica 4 febbraio
via Tertulliano 70; ingresso 16 euro, ridotto 10 euro

biglietti di disponibili su www.vivaticket.it

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