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‘La tragedia del vendicatore’ diverte riflettendo sull’identità. Al Piccolo. Ecco perché vederlo

La tragedia del vendicatore recensione
Ph Masiar Pasquali

La tragedia del vendicatore torna meritatamente in scena allo Strehler e vi consigliamo di non perderlo qualora non lo abbiate visto nella scorsa stagione.

Articolo realizzato nel novembre 2018 e riaggiornato a gennaio 2020

La tragedia del vendicatore recensione

Ci sono titoli che d’impatto potrebbero essere fuorvianti rispetto al tono dello spettacolo e questo potrebbe essere il caso de La tragedia del vendicatore, in cartellone al Piccolo Teatro Strehler fino al 28 febbraio. Non dovete farvi “spaventare” dal termine tragedia o dal fatto che non sia un titolo particolarmente conosciuto, potrebbe essere proprio l’occasione per approfondire questo testo e di riflesso l’autore. Thomas Middleton ha operato, in particolare, sotto il regno di Giacomo I Stuart ed è proprio la corte a far da sfondo (e non solo) all’opera che il Piccolo Teatro ha deciso di mettere in scena, affidando la regia a Declan Donnellan (Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel 2016).

Si comincia e si finisce a suon di passi di danza, sulle note swing di ‘Ahi, ahi, ahi’ (musiche originali di Gianluca Misiti, questo brano è cantato da Raffaella Misiti), quasi a voler evidenziare una chiusura del cerchio. L’intento è dichiarato sin dai primi minuti: la vendetta – ce lo esplicitano il protagonista, Vindice (un Fausto Cabra impeccabile, pronto ad alzare l’asticella di lavoro in lavoro), così come la scritta. In conferenza stampa, il regista aveva spiegato come il suo personaggio fosse mosso da una giusta ragione: vendicare la morte della sua amata ad opera del duca (molto bravo Massimiliano Speziani nel vestirne i panni). Per farlo si insinua nell’ambiente grazie alla complicità del fratello Ippolito (giusto Raffaele Esposito nel trasmettere anche un senso di protezione verso il consanguigno), tessendo la sua tela fino a un momento in cui il “gioco” si può dire che gli sfugga di mano, arrivando a interrogarsi sulla propria identità – “adesso sono io o sono un altro?”.

Chi conosce ‘Amleto’ innegabilmente vi riconoscerà dei forti punti di contatto (a partire dalla contemplazione del teschio dell’amata), ma ciò dipende pure dalla codificazione di questo genere. Colpisce, ad esempio, come il protagonista voglia mettere alla prova sua madre Graziana, mosso dal desiderio di farla cadere in fallo (a darle volto e corpo è un’eclettica Pia Lanciotti, a cui tocca il doppio ruolo con quello della duchessa). Un’altra donna nel mirino degli uomini è la sorella di Vindice, Castizia (Marta Malvestiti), oggetto del desiderio di Lussurioso (interpretato da Ivan Alovisio che ben sa stare al gioco delle parti).

Non vogliamo rivelarvi tutti i tasselli sia di parentela (non poteva mancare il figlio illegittimo e il tasto della corsa al potere) che del piano architettato dal protagonista perché La tragedia del vendicatore è un piatto che va gustato caldo in platea. Donnellan, forte dell’ottima traduzione effettuata da Stefano Massini e di un cast (oltre ai già citati, troviamo Alessandro Bandini – sostituito nella stagione 2019-2020 da Flavio Capuzzo Dolcetta -, Marco Brinzi, Martin Ilunga Chishimba – il ruolo del direttore del carcere è interpretato nel 2020 da Marouane Zotti, Christian Di Filippo, Ruggero Franceschini, Errico Liguori, David Meden e Beatrice Vecchione) ben calato nello spirito della pièce, è riuscito a dar vita a un ritmo d’azione ammirevole, in cui l’attenzione rimane alta. La palla viene sempre rilanciata, infatti, smascherando sì la corte, ma anche la finzione scenica – non è un caso che il “travestimento” di Vindice non sia perfetto. Ogni movimento è studiato, in un gioco di “riflessi” in cui lo stesso spettatore è chiamato in causa.

“Questa non è una sceneggiata né una farsa”, vien detto sul palcoscenico. La tragedia del vendicatore è “un unicum, un burlesco tragico che attinge a vari generi: la revenge tragedy, la satira, il morality play e l’omelia medievale, la danza macabra” (dal libretto di sala). Pensando proprio all’ultimo aspetto viene in mente il twist ballato in Lehman Trilogy, in cui Cabra era co-protagonista e agiva proprio in quel momento. Un filo sottile – e chissà forse inconscio sul piano della rappresentazione – lega le due scene: la morte, in fondo l’unica cosa certa degli uomini è morire.

Questo raffinato allestimento del regista britannico asseconda molto bene il gusto dell’orrido che tanto piaceva al pubblico di allora ed è interessante notare il mix tra le opere di Piero Della Francesca, Mantegna e Tiziano con le serie tv attuali (scene e costumi sono stati curati da Nick Ormerod). Non si sceglie di epurare i momenti più crudi – anzi vengono sottolineati (basti pensare anche alla scelta di far notare i dettagli tramite l’obiettivo della macchina da presa) – ed è questa una delle carte vincenti di uno spettacolo che diverte mostrando il macabro della corte e dell’essere umano e il godimento (sensazione che trasuda anche dagli attori a proprio agio nell’atto del “to play”) nel compiere azioni malvagie. Del resto, cinicamente, “tutto è sempre apparenza”.

La tragedia del vendicatore 2020

Dopo le recite milanesi, lo spettacolo sarà in tournée a Londra (Barbican Theatre, dal 4 al 7 marzo), a Madrid (Teatro Valle-Inclán, dall’11 al 14 marzo) e a Sceaux, Francia (Les Gémeaux, Scène Nationale, dal 18 marzo al 2 aprile).

Riassumendo

La tragedia del vendicatore, dal 22 al 28 febbraio 2020

Piccolo Teatro Strehler

DURATA: 110′

ORARI: lunedì riposo; martedì, giovedì e sabato h 19,30; mercoledì e venerdì h 20,30; domenica h 16

PREZZI: intero platea 40€; balconata 32€

NOTA BENE: la recita del 22 febbraio 2020 è sopratitolata in inglese

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