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Franco Mussida: “La musica si respira e si deve sentire; ascoltarla è un’altra cosa”

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 2 settimane fa
Franco Mussida
Foto di Omar Cantoro

Abbiamo incontrato Franco Mussida in occasione dell’uscita dell’ultimo libro “Il Pianeta della Musica”, in cui si spiega in che modo può influenzare la nostra vita questa arte.

Non solo, ci ha raccontato molto altro, come la differenza tra “ascoltare” e “sentire” la musica o il ruolo che l’artista dovrebbe avere nella società.

La nostra intervista a Franco Mussida

Ha presentato il suo ultimo libro “Il Pianeta della musica” dove affronta varie tematiche, come quella del rapporto tra musica e colore.

Leggendolo, mi è venuta in mente una frase di David Bowie che dice “La musica è il colore non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere un po’ me stesso”.

Fare musica è come dipingere l’anima dell’ascoltatore (è la conclusione del mio precedente libro “La Musica Ignorata”): questa nostra tela è costituita da energia emotiva e il suono della musica, questo flusso organizzato, entra in questa dimensione.

La tela, che è la nostra sensibilità emotiva, è illuminata dal colore che rappresenta il clima musicale insieme al racconto.

Quindi, oltre al colore, ci sono altri elementi immaginativi come le visioni e tutta la musica è un territorio parallelo nell’ambito dell’invisibile, dove si fanno le esperienze pure.

Definisce la musica come un sistema operativo per la comunicazione.

Nel corso degli anni, la musica è stata usata sia come un mezzo di comunicazione positivo che negativo, influenzando la mente umana.

Quindi come, con una consapevolezza diversa, si insegna la giusta comunicazione con la musica?

La musica è arte, non sono segnali di tipo reattivo, ma un sistema operativo aperto in cui si prendono il ritmo, i timbri, gli elementi consequenziali di melodia e si crea una struttura che nasce dalla propria cultura.

I compositori utilizzano un codice composto da un elemento soggettivo e da 5 elementi oggettivi: il timbro, il ritmo, la melodia, l’intervallo e l’armonia.

Franco Mussida
Dal libro “Il Pianeta della musica” di Franco Mussida

Il creare questo codice ci fa entrare in una dimensione sognante ed emozionante, permettendoci di organizzare le note in diverse combinazioni conseguenziali. Spegniamo l’intelletto e ne tanto bisogno.

Il Progetto CO2 per le carceri, ascoltare e recepire la musica: deve esserci una predisposizione verso questa forma d’arte o è “universale”?

In questi luoghi le persone hanno tempo per dedicarsi alla musica e per riflettere, per comprendere il motivo per cui stanno lì, ma questo succede solo se la loro dimensione affettiva viene rispettata, ma non sempre è così perchè in alcune carceri si tende ad emarginare l’elemento emotivo.

La musica realizza magicamente la propensione a far si che queste persone si rendano conto della qualità, che non può essere persa, che hanno dentro di loro come individui.

C’è una frase che dice un detenuto di Secondigliano “CO2 mi ha fatto vincere la carcerazione interiore”.

La carcerazione interiore è proprio questa: l’incapacità di relazionarsi emotivamente con se stessi e con gli altri e di reagire, inoltre in galera vengono meno la dimensione della simpatia e dell’antipatia (due elementi fondamentali del sentire) e si comincia ad elaborare.

Questo, però, solo se tu la musica la senti e la fai entrare e non parlo di predisposizione, ma di accettazione di un principio.

In questo caso l’educatore è importante perché ha di fronte la percezione che la musica è qualcosa di straordinariamente efficace e di positivo, di vitaminico.

C’è il fatto che si può aver paura di misurarsi con il mondo del sentire” perché potrebbe aprire delle porte dolorose e quindi la capacità di mettersi in gioco.

Lei ha accennato alla differenza tra il sentire e l’ascoltare. Può spiegarla nel dettaglio?

L’artista ha spesso assunto dei ruoli diversi nel corso della storia, da portavoce di qualcosa o qualcuno ad esempio da seguire.

Secondo lei, questo assumere a seconda della circostanza storico-sociale ruoli diversi è giusto o l’artista dovrebbe avere sempre un’unica immagine?

Che cos’è un artista? È un’antenna che percepisce l’esistenza ed è artista tanto più questa antenna vive nella dimensione della curiosità, della comprensione e della realtà vista da tanti punti e da tante angolature diverse.

L’artista è un servitore, è un esploratore al servizio della società e questo tipo di esplorazione, che è quasi sempre nel mondo del non visibile che diventa rappresentabile sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista immateriale, va svolta non con l’ossessione di dover raccontare qualche cosa di diverso rispetto al passato, ma con onestà e rispetto a ciò che è.

È quello che noi definiamo sensibilità; ad esempio, soprattutto nell’ambito della musica pop, ci sono molte persone che hanno una limitata capacità tecnica, ma una grande capacità comunicativa.

Se questo meccanismo si inceppa allora vuol dire che è terminato un percorso e magari uno può fare altro nella vita, si può essere artista fino a un certo punto, fino ad una certa età e poi smettere di esserlo.

L’artista continua ad essere artista finché ha qualcosa da scoprire e ha cose nuove da raccontare, altrimenti diventa noioso, anche se è ancora pieno di talento, altrimenti diventa preda del mercato.

Ammiro persone come Gaber e De Andrè che hanno cambiato la propria vita più volte, perché si sono sempre messi in discussione, ma nello stesso tempo hanno avuto talento e si sono sentiti responsabili per se stessi e non per gli altri.

L’artista è la persona più egoista che esista al mondo, nel senso che può essere egoico, che si sente bene da solo e in questa solitudine può coltivare tutte le ossessioni ed espandere la sua capacità di esplorare, di raccontare, di mettersi al servizio del pubblico per riuscire a capire se quello che sta dicendo effettivamente interessa a qualcuno oppure no.

È una figura poliedrica e finché l’antenna funziona è veramente importante perché è un servitore del pubblico, alcuni lo fanno consapevolmente, ma di fatto questo è il suo destino.

Ha delle responsabilità sociali per quello che compone?

Questo sempre perché l’artista è un servitore del pubblico e orienta il pensiero altrui, fa parte della genialità del musicista far sì che il proprio talento venga compreso, condiviso e quindi coinvolgere gli altri.

La musica è un orientamento etico, una scienza emonistica, non soltanto espressivo-performativa, è un po’ come una stalagmite perché goccia dopo goccia sedimenta etica.

Come fa ad essere cosciente che il sistema, o qualunque cosa, non lo stia usando per fare del male o per dare dei messaggi negativi?

Sono due cose distinte ed è una cosa complessa perché bisogna immaginare di lavorare sul piano della libertà e dell’elemento costruttivo/distruttivo che sta nella musica.

La musica è pervasa di vita che non è soltanto elemento costruttivo, ma anche distruttivo; cosa succederebbe se il nostro il nostro pianeta non avesse un elemento di morte?

Se le piante continuassero a crescere all’infinito, se gli animali continuassero a vivere perennemente, se gli uomini si riproducessero in continuazione sarebbe un mondo che morirebbe di vita.

È l’equilibrio tra la vita e la morte e quest’ultima non deve essere vissuta come un elemento negativo così come la si racconta, ma come attimo di trasformazione ed è sempre qualcosa che noi andiamo a trasformare.

L’uomo dev’essere consapevole di questa meraviglia e di orientare eticamente tutto questo in maniera da mantenere un equilibrio.

Ci sono delle persone che preferiscono stare in una parte più scura e quindi in un elemento che va verso la distruzione e ci sono altre che cercano di portare avanti l’elemento costruttivo.

In realtà siamo uomini con due cavalli, che ci tirano uno da una parte e uno dall’ altra, e la coscienza è proprio quella di prenderle in mano e rispettarle entrambe senza giudicare.

Spesso i ragazzi hanno difficoltà a capire quale sia il percorso formativo adatto per ricoprire i diversi ruoli all’interno del mondo della musica.

Che ruolo ricopre il CPM in questa realtà?

Il CPM nasce nel 1984 con lo scopo di colmare un gap che c’era, un’avventura in continuo divenire, non è un conservatorio, ma è un “trasformatorio”.

Prima la formazione veniva fatta nei sottoscala con gli strumenti musicali e c’era qualche bravo maestro che in accordo con il proprietario del locale dava delle lezioni alle band.

Questo maestro, però, aveva delle qualità e delle caratteristiche diverse rispetto a quelle di oggi perché non si curava della crescita musicale dell’individuo, ma semplicemente dava delle lezioni tecniche.

Nel 2013 il CPM è stato considerato “orientatore del sistema” grazie ad un lavoro molto importante sulla consapevolezza, la coscienza, della formazione anche in ambito della musica popolare.

Gli studenti che lo frequentano sono da un lato sempre gli stessi, dall’altro sono diversi; c’è la generazione che va dai 16 ai 24 anni per i corsi avanzati – cioè la parte più professionale- e i bambini con i corsi pre-accademici.

È un’alternativa al percorso universitario e il CPM è una struttura in continua evoluzione con i tempi e diamo agli studenti degli strumenti di conoscenza in modo da permettergli di poter argomentare il contesto storico e dare delle motivazioni rispetto alla parte storica.

La storia non è semplicemente la musica popolare o il rock perché le nostre radici sono anche etniche e il mondo che abbiamo attorno è diverso rispetto a quello che c’era prima e va conosciuto anche dal punto di vista musicale.

Per esempio, Mahmood ha frequentato il CPM ed è una persona che non ha coltivato soltanto le parti tecniche, ma la perseveranza di restare in una struttura che porta coscienza alle persone che la frequentano, la voglia di continuare a stare in un mondo fantastico, bello, importante, magico e difficile.

I ragazzi non devono guardare a dei punti di arrivo perché quello che conta è il percorso di crescita e Mahmood non si è perso d’animo perché è andato avanti facendo il suo lavoro, anzi lo ha precisato, reso chiaro e ha sviluppato tutti i suoi talenti.

Continuerà ad affinarli andando avanti perché il suo punto di arrivo non è stato Sanremo e il suo riferimento è la musica e la sua capacità di poterla vivere nella pienezza della sua essenza.

Lavora molto con gli adolescenti. È complicato?

No, non è complicato, anzi è una cosa bellissima perché la musica e l’adolescenza sono un portarsi dietro uno specchio in cui guardarsi tutti i giorni, così si apre un canale in cui tu sei quello che senti.

Questo meccanismo dev’essere fatto con libertà perché sei libero nel momento stesso in cui hai la capacità di non farti scegliere, ma di scegliere quello che vuoi e per riuscirci devi essere pieno, un individuo reattivo altrimenti continui ad essere preda del mercato.

Ci sono sempre meno musicisti e più ascoltatori che fanno musica e questo fa sì che l’ascoltatore conosca molto bene come funziona il meccanismo della comunicazione musicale molto più del musicista.

Quello che conta per l’ascoltatore è dare agli altri quello di cui hanno bisogno, mentre per il musicista è l’impossessarsi di uno strumento, diventa meno consapevole perché il suo rapporto finisce per essere quasi esclusivamente con se stesso e punta al vivere e superare le difficoltà.

L’elemento musicale deve entrare, ma l’individuo non deve reagire, ma immaginare; se manca questa cultura, le giovani generazioni si perdono un pezzo e questo meccanismo della libertà individuale viene sempre di più compromesso.

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