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Fausto Russo Alesi: dal ruolo di Falcone sullo schermo al Macbeth in teatro. L’intervista

Fausto Russo Alesi
Foto tratta da 'Il traditore' di Marco Bellocchio. Ph Lia Pasqualino

Fausto Russo Alesi si prende il tempo di pensare, ritorna sui punti che gli stanno a cuore e non lascia spazio a fraintendimenti. Il suo percorso professionale è costellato di spettacoli che hanno lasciato il segno nella storia teatrale (basti pensare alle pièces di Ronconi – ne parleremo più avanti) e sua. «I demoni‘ di Peter Stein (da Dostoevskij, nda) è stato un momento felice del mio percorso così come ‘Il gabbiano‘ per la regia di Nekrosius è stata una chiave di volta per me», ci rivela. «Ci sono quegli incontri che si rivelano dei sodalizi, che durano ancora oggi, com’è quello con Serena Sinigaglia, con cui condividiamo il bisogno di ritrovarci a elaborare insieme nuove idee. Sento la necessità di non lasciare indietro questo aspetto nel mio lavoro: il confronto reale nel dialogo umano tra artisti. Ritengo sia il carburante più fertile». Queste sue parole denotano la profondità di pensiero di un artista che ama essere diretto quando c’è l’opportunità di instaurare uno scambio; ma al contempo ci tiene ad assumersi la totale responsabilità di uno spettacolo quando dà vita a un progetto che sceglie di dirigere.

In questi giorni si sta distinguendo al cinema per l’interpretazione misurata e incisiva del magistrato Giovanni Falcone ne ‘Il traditore’ di Bellocchio ed è proprio da qui che siamo partiti in questa ricca chiacchierata a spasso tra le varie arti e la vita.

 

La nostra intervista a Fausto Russo Alesi

Come avete trovato con Bellocchio la giusta chiave per restituire questa figura senza mitizzarla?

Sin da quando mi ha chiesto di accostarmi al giudice che ha combattuto con tutto se stesso la mafia, mi ha immediatamente tranquillizzato sul non dover rincorrere la somiglianza. Abbiamo cercato di restituire un Falcone non retorico. Fin da subito ho provato un’emozione fortissima perché è per tutti noi una figura gigante. In più, essendo palermitano sentivo ulteriormente la responsabilità e la vicinanza; al contempo avevo dentro di me un sentimento di inadeguatezza verso questo ruolo. Per sentirmi a mio agio in questi panni, ho studiato e guardato tutte le meravigliose interviste esistenti e ho provato a cogliere negli occhi e nelle parole qualcosa che risuonasse forte in me. Sicuramente ho pensato che, in ogni momento dell’interpretazione, dovesse trasparire l’obiettivo fermo e incrollabile che aveva. Vedendo il film si ha la sensazione che lui sia l’unico lume in mezzo a tanto nero. Desideravo che emergesse l’assenza oggi di questa presenza così determinante e per far questo si è lavorato in sottrazione.

Già la sceneggiatura (scritta insieme a Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco Piccolo e Francesco La Licata, nda) in partenza inquadra il ruolo di Falcone, non mostrandocelo in una dimensione pubblica, ma in un dialogo privato con Buscetta. Qui il giudice si fa prima di tutto ascoltatore e osservatore. Ha davanti un personaggio emblematico e complesso. Ci è sembrato che avessero instaurato un rapporto di rispetto, fatto anche di sicilianità dove ci si può capire pure attraverso uno sguardo, un modo di porsi o rispondendo in maniera traslata a una domanda. Nel suo sguardo mi è sembrato di captare “il poi”, quello che sarebbe successo e che i suoi occhi interloquissero con l’isolamento e il fantasma della morte – e quest’ultimo era un terreno comune per entrambi. Ovviamente ricoprivano due posizioni diverse: Falcone rappresentava lo Stato e cercava di trovare la normalità dentro l’anomalia. Sotto la guida di Bellocchio, ho proceduto per semplicità, con libertà e necessità, sapendo di poter sbagliare in ogni momento.

Fausto Russo Alesi
Fausto Russo Alesi e Pierfrancesco Favino ne ‘Il traditore’ di M. Bellocchio.
Ph Lia Pasqualino

 

A tratti si avverte anche un’idea di duello tra i due, c’era quest’intenzione?

Senz’altro Falcone voleva comprendere dove fosse la verità. Buscetta era il “boss dei due mondi”, probabilmente molte cose non le ha rivelate. Si è proceduto seguendo ciò che lui voleva rilasciare, Falcone ne era consapevole per cui in certi istanti è stato necessario far emergere fermezza e severità.

Come ti sei rapportato con la percezione della morte esemplificata in una battuta del film: “la fine arriva per tutti?”

Si parla di un momento decisivo per la nostra Storia. È strano da raccontare qual è stato il processo, senz’altro si è messo in campo l’essere stati privati, in maniera barbara, di un uomo illuminato. Non so se ci sono riuscito, ma ho lavorato affinché si sentisse la sua mancanza.

Qual è il tuo ricordo di allora?

Terribile e nitidissimo. Nell’interpretazione rientra anche questo Avevo diciannove anni e stavo preparando la maturità. È una ferita aperta per tutti, per noi siciliani è stato come se ci avessero tolto le gambe o le braccia.

Qual era la tua percezione della situazione? Tu hai deciso di trasferirti a Milano…

Ho fatto la scelta di inseguire qualcosa che in Sicilia non c’era nel modo in cui desideravo realizzarla. Quando sei giù è difficile avere una certa percezione dei fatti. Certamente è inequivocabile quello che è il mondo civile, ma a volte da ragazzo avevo la sensazione che ci fosse tanta confusione, non era semplice orientarsi con la violenza che circolava sotterranea. Nello spettacolo ‘Cuore di Cactus‘ che ho portato in scena (di Antonio Calabrò, nda) viene affrontato il discorso dell’insularità, un sentimento che ti dà due opzioni: o voler andare verso il mondo o l’isolarti sempre di più. Senz’altro si cresce con un senso di schiacciamento.

Fausto Russo Alesi
Foto tratta dallo spettacolo ‘Cuore di Cactus’, da lui diretto

Tornando a Bellocchio… come si è sviluppato il vostro rapporto dato che siete al quarto film insieme?

Io sono orgoglioso e onorato di lavorare con lui. Sono un attore che si è formato in teatro e con lui trovo sempre quella perizia e quell’approfondimento che si ha modo di realizzare – nei casi migliori – quando si lavora per la scena. Ho avuto la fortuna di instaurare delle relazioni fortissime, da Ronconi a Nekrosius e Stein fino a Serena Sinigaglia.
Bellocchio ama moltissimo gli attori, dà tanta libertà di proposta, con un occhio attento e preciso per non farti uscire dai giusti binari. Prendere parte a un suo set è un’esperienza unica perché c’è sì una sceneggiatura, ma vive andando anche altrove e magari la sera in cui si è girata una scena, lui te ne scrive un’altra da imparare durante la notte. L’indomani si gira ciò che non esisteva sulla carta, ma deriva da ciò che lui ha visto quel giorno in te. Lui è un maestro che cerca davvero di lavorare al di là del professionista che sei, punta all’umanità che si ritrova davanti.

Ne ‘Il traditore‘ molti interpreti hanno un background teatrale…

Sì anche perché lui è un regista che frequenta i teatri. Il cast è pazzesco, a iniziare da Pierfrancesco Favino che è straordinario, passando a Lo Cascio e Ferracane fino ai piccoli ruoli. Guardando Bellocchio lavorare ho imparato quanto una comparsa possa diventare protagonista in un suo fotogramma perché non è estetica, ma un elemento essenziale del quadro che sta dipingendo.

Fausto Russo Alesi
Foto tratta dallo spettacolo ‘Ivan’, regia di Serena Sinigaglia.
Ph Serena Serani

Tra i tuoi maestri annoveravi Luca Ronconi, cosa ti porti di lui?

Ho trascorso dieci anni intensissimi di lavoro, avendo la fortuna di realizzare dei progetti meravigliosi. La profondità di sguardo sui testi e la curiosità nel cercare i vari possibili punti di vista da cui guardarlo sono degli insegnamenti che mutano il modo di rapportarti con questa professione. Capita oggi che mi risuonino delle cose che non pensavo di aver raccolto. Sicuramente è tuttora un punto fermo di confronto. Avere la possibilità di incontrare dei maestri così potenti, ti permette di proseguire il dialogo e ciò non significa che non si va avanti per la propria strada nel tentativo di essere ciò che si è. Si è in mutamento continuo perché questo ci rende vivi e in rapporto col presente, confesso che mi ritrovo a pensare: chissà come leggerebbe lui questa battuta.

Qual è il valore di Milano nel tuo percorso professionale?

Ho cominciato studiando alla Paolo Grassi e ho trovato terreno fertile per proseguire, è una città meravigliosa che mi ha accolto. Per diversi anni ho lavorato al Piccolo Teatro, non solo nei lavori di Ronconi, ma hanno anche prodotto dei miei progetti. C’è un aspetto imprescindibile del mio andare in scena: ogni tanto devo essere il motore di quello che faccio. Scatta quando avverto l’urgenza di rappresentare un testo in quel momento, senza aspettare nessuno perché il bisogno di farlo è troppo forte. Lì inizio a viaggiare. Così è avvenuto con ‘Cuore di Cactus‘, ‘20 novembre‘ di Lars Norén, ‘Edeyen‘ di Letizia Russo e ‘Natale in Casa Cupiello‘. Quest’ultimo è stato un progetto che ha richiesto tantissime energie, che mi auguro anche di riprendere perché è una di quelle opere in cui dentro c’è la vita. Per me gli spettacoli, soprattutto quelli a cui dedichi tutto te stesso, sono come dei figli e bisogna riflettere sul percorso produttivo a cui talvolta sono destinati. Desidero vederli crescere, con l’intenzione sempre di migliorare. Bisogna consentirgli di arrivare alla gente per cui mi auguro che gli artisti che hanno voglia e determinazione di farli e rifarli vengano sostenuti perché penso che l’essere diverso ogni giorno sia una prerogativa del teatro.

Dove ti vedremo impegnato prossimamente?

Sono nella compagnia che porterà in scena La commedia della vanità di Elias Canetti, per la regia di Claudio Longhi (dal 15 al 26 gennaio al Piccolo Teatro Strehler, nda). Mi sto appassionando a quest’opera perché la tematica è davvero forte e attuale, sono molto curioso di vedere quale strada percorreremo.
Riprendo il Macbeth‘ diretto da Serena Sinigaglia (ha debuttato nella stagione 2018-2019 con una breve tournée), con Arianna Scommegna nei panni di Lady Macbeth, un gruppo di attori affiatato e una riscrittura di Letizia Russo davvero potente.

È un testo meraviglioso che racconta tantissimo dell’oggi e del nostro confrontarci col bisogno di potere. Una peculiarità di questa messa in scena consiste nel voler restituire non dei mostri, ma degli esseri umani che si ritrovano con qualcosa di più grande di loro. Arrivano a commettere delle azioni per ambizione, ma questi due personaggi – a differenza di altri – non riescono più a dormire in quanto hanno una coscienza con cui devono misurarsi. Compiono così un viaggio nell’essere umano arrivando a comprendere quella che è l’essenza della vita – basti pensare al monologo finale di Lady Macbeth. Per quanto riguarda il cinema ho concluso le riprese de ‘Il cattivo poeta’ di Gianluca Jodice.

Hai mai pensato di incarnare sul palco una figura realmente esistita?

Non nascondo che in passato avevo pensato proprio a Falcone, poi mi sono concentrato su ‘Cuore di Cactus‘ e non ho dato seguito a quell’idea. Mi è stata offerta la possibilità di incontrare Sciascia per l’apertura del Salone del Libro di quest’anno e ne sono stato contento. Non escludo possa capitare in futuro però, forse, mi piacerebbe di più che qualcuno mi chiami a interpretare per il grande schermo un personaggio determinante nella Storia.

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