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Antonella Ruggiero: “È difficile conoscere e riconoscere la buona musica”

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 5 giorni fa
Antonella Ruggiero intervista
Antonella Ruggiero

Antonella Ruggiero regala al suo pubblico un nuovo progetto discografico “Quando facevo la cantante”, disponibile su musicfirst.it dallo scorso 20 novembre.

È un’antologia di sei dischi con 180 pagine, in cui l’artista riunisce brani dal 1996 al 2018 incisi, ma mai pubblicati.

L’idea, però, non è stata della signora Ruggiero, bensì di Roberto Colombo, produttore, discografico e musicista che ha arrangiato brani celebri come “Tango”.

 «L’idea di raccogliere parte degli innumerevoli brani suonati e realizzati dal 1996, anno in cui ho ripreso la mia attività in veste di solista, al 2018, è venuta a Roberto Colombo. – commenta Antonella Ruggiero – Una sera mi dice: “senti, dobbiamo farci un regalo, sarebbe giusto realizzare una raccolta di brani di diversa natura che sia un racconto sonoro di ciò che è avvenuto.” Ci pensai un po’, e mi resi conto che le esperienze fatte in questi anni sono tali e tante e di natura così diversa che sarebbe stato giusto metterle a disposizione di chi ama la musica e ne ricerca le espressioni più disparate. Ho conosciuto Colombo nei primi anni ’80 e da allora, da quando ho ascoltato per la prima volta i suoi arrangiamenti, in quel caso di “Tango” e “Aristocratica”, mi sono resa conto di quanta inventiva sia capace. Lui prende le parti musicali, le seziona, mescola i suoni, lavora sui dettagli, tagliando, aggiungendo, sovrapponendo, eliminando, assemblando, come un artista visuale. Senza limiti o confini stilistici.»

Antonella Ruggiero: Quando facevo la cantante

“È un’antologia di sei capitoli, nascono da concerti, da richiesti di entri, di orchestre. È un regalo fatto a noi stessi.”

È con queste parole che Roberto Colombo presenta la nuova collaborazione con Antonella Ruggiero.

Un mese per scegliere i pezzi da inserire in questa antologia, un “ritorno all’artigianato” come lo ha definito la stessa Ruggiero, che aggiunge:

Mi concentro sul mio lavoro, sul canto, come i musicisti antichi. Può essere un modo di raccontare la musica totalmente scollegato dal business e marketing musicale. È il riassunto di 22 anni, da domani è già un’altra storia. In questi anni è davvero difficile da sopportare il contesto e la musica fatta bene non viene a conoscenza del pubblico. Si può lavorare benissimo a lato delle cose: trovare una dimensione che non mette in competizione”

Un album rappresentato come la bottega di un vecchio artigiano, dove in fondo al vicolo si trova qualcosa che è diverso da quello che ci circonda.

È un lavoro in cui Antonella Ruggiero dà voce e omaggia i sentimenti della partecipazione, della sincerità, della verità e dell’umanità.

Tutto quello che oggi, sembra non essere più parte della musica, satura di meccanismi di marketing e classifiche.

“Quando facevo la cantante” è stato realizzato con la straordinaria partecipazione di: Frank Gambale, Mark Harris, Maurizio Colonna, Ramberto Ciammarughi, Riccardo Fioravanti, Bebo Ferra, Ivan Ciccarelli, Paolo Di Sabatino, Fabio Zeppetella, Francesco Buzzurro, Giuseppe Milici, Luca Colombo, Renzo Ruggieri, Andrea Bacchetti, Francesco Cafiso, Gabriele Mirabassi, Claudio Fasoli, Arkè String Quartet, Guitart, Banda Osiris, I Virtuosi Italiani, Hathor Plectrum Quartet, Banda Osiris, Palast Orchester, Ensemble Hyperion, Italian Saxophone Orchestra, Coro Sant’Ilario e Coro Valle dei Laghi, Orchestra Sinfonica Abruzzese, Orchestra dell’Accademia Naonis di Pordenone, Orchestra del Teatro Massimo di Palermo, Orchestra Sinfonica di Brescia, Orchestra Cantelli, I Pomeriggi Musicali e Polifonica Santa Cecilia.

Antonella Ruggiero intervista
Quando facevo la cantante

La nostra intervista ad Antonella Ruggiero

Sentire la musica un po’ più degli altri, in modo empatico e corporale. Spesso, ancora oggi, molti giovani con una forte sensibilità artistica vengono un po’ presi alla leggera e mai sul serio, facendoli sentire un po’ inadeguati. Perché?

È terribile. I giovani hanno un’infinità di sentimento, un’infinità di possibilità mentali creative che non vengono prese in alta considerazione.

Nella maggior parte dei casi, sono persone straordinarie che non avendo in torno un supporto vero, si sentono persi.

E questo sentirsi persi li portano verso la depressione, ad avvicinarsi a sostanze che li fanno sballare ed estraniare dalla non comprensione.

Quando non vieni capito, è terribile.

Può succedere fin da subito, per esempio dalle scuole elementari, dagli insegnanti, dalle famiglie.

Conosco molti giovani meravigliosi, anche se poi la realtà viene amplificata facendo venir fuori il lato negativo: è un disagio profondo, una disperazione.

Ci sono tanti giovani con grandissime capacità: studiano, con famiglie che li supportano oppure no, e fanno molti sacrifici.

E poi? Cos’hanno? Vengono sfruttati dal primo che li prende e li mette a fare un mestiere, per quattro soldi, che non c’entra niente con loro, ma lo fanno per mantenersi.

Tutto questo strazia l’anima e l’animo delle persone perché devi avere la possibilità di lavorare per cui hai studiato, devi avere la possibilità di riuscirci.

In Italia, purtroppo, non puoi muoverti, non puoi reagire; così tanti dei nostri vanno all’estero, come i nostri ricercatori.

Sono sottopagati e maltrattati e loro sono i veri eroi che nonostante tutto e con impegno vanno avanti.

Spero che il futuro sia davvero nelle vostre mani, ma ancora dobbiamo aspettare molti anni.

Ci sono tanti giovani che resistono, ma non tutti riescono.

Questa smania di voler emergere, di voler dire “ce l’ho fatta”, non può essere data proprio da questo disagio che mi ha descritto? Magari, per anni sono stati messi da parte e vogliono “arrivare” in poco tempo. Una sorta di riscatto.

Arrivare dove? Per arrivare a portare avanti una professione serve tempo, molto tempo e l’esperienza.

Bisogna procedere a piccoli passi, un mattoncino sopra l’altro.

Cosa fai, arrivi, e poi? Arrivi dove? Come affronti l’ambiente di lavoro se non hai una preparazione? È vero, magari a qualcuno va bene e questo fa sì che diventa il modello per cui viene da dirti “se ce l’ha fatta lui, posso farlo anche io”.

Ma sarà difficile, bisogna avere sempre il piano B perché la vita può dare di quelle sberle che ti porti dentro, per sempre.

La delusione è una brutta cosa da affrontare quando sai di meritarti di più.

Cosa ne pensa della musica usata come terapia?

Dipende da quello che vuoi sentire, non si può generalizzare e non penso che la musica possa essere sempre positiva perché può portare all’alienazione, all’autodistruzione.

Dipende da cosa si ascolta, cosa si cerca, cosa si vuole: le sfumature musicali sono infinite.

Per esempio, se sei arrabbiato, ascolti qualcosa che ti porti all’acquisizione di qualcosa che può farti male; una musica che ti sollecita a qualcosa che può lenire a livello mentale.

Non generalizzo, perché ci sono certe musiche che non ascolto perché producono suoni che mi danno fastidio e disagio.

Gli antichi ritenevano che con il canto si elevasse la parola verso una dimensione divina.

Bisogna seguirli di più questi antichi: hanno lasciato tracce indelebili che sono sentite anche da questi giorni.

È sempre una scelta e non ci sono modelli precisi da seguire, ma quello che ti fa star bene, sperando di non incappare in qualcosa che inconsapevolmente o inconsciamente ti fa male.

Ha parlato di anime antiche, luoghi sacri e strumenti che non vengono più utilizzati, o perlomeno non così spesso. Qual è quello in cui si identifica? Quello che riesce ad interpretare il suo animo?

Avevo otto anni e mi trovavo nella Chiesa di Santa Maria di Castello, area medievale di Genova, con mio nonno.

Mi aveva portato ad ascoltare l’Organo antico e io l’ho sentito proprio come una persona: le pulsazioni, lo scricchiolio degli elementi interni, dei pedali.

E quello che viene fuori è qualcosa di magico.

Direi che il mio strumento è proprio questo: l’Organo liturgico antico.

Quando descrive la musica come partecipazione, verità, umanità, chiude gli occhi ed è come se entrasse in suo modo e questi concetti hanno una forma.

Sì, sento il bisogno di chiudermi dentro un modo migliore, cerco il mio silenzio.

È un mondo molto antico: l’essere umano, specialmente per chi crea qualcosa, ha sempre cercato il suo silenzio.

Un po’ come gli animali che ricercano il loro spazio: non siamo tanto diversi.

Io cerco sempre il meglio per me e provo a trasmetterlo agli altri quando salgo sul palco e realizzo quello che devo.

Porto sempre con me il mio bagaglio: un mondo che non mi viene dato dall’esterno.

Quindi le cose che ti fanno star bene te le devi andare ad individuare, cercare e tenere molto care.

Il mio mondo è quello di una concentrazione che non ha a che fare con il vivere comune.

Come siamo arrivati a questa situazione, secondo lei?

Perché qualcuno ha capito che ci vuol poco a condizionare l’essere umano.

Sei condizionabile? Ti dò io la medicina.

Questa ha varie forme: dal vivere in un determinato modo agli oggetti che devi possedere, altrimenti non sei nessuno.

Sai quanti giovani soffrono perché non possono avere certe cose e si sentono esclusi?

Viene fatto credere che alcuni oggetti, cose in generale, siano indispensabili, anche se non è così, anzi servono a distogliere l’essere umano da se stesso.

Siamo diventati prede dei grandi venditori di “ogni cosa”.

Nella vita semplice, creativa si può trovare una sorta di felicità, anche se breve, può porti in uno stato d’animo rilassato e distaccato da quello che avviene fuori.

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