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Synecdoche, New York: la recensione di Milano Weekend

synecdoche_new_york_ver2_xlgIl 2 febbraio Philip Seymour Hoffman, Oscar per il biopic Truman Capote – A sangue freddo, veniva trovato morto nel suo appartamento di New York, nel quartiere di Manhattan, sembra a causa di un mix di eroina, cocaina e benzodiazepine. Oggi, 19 giugno, arriva sugli schermi Synecdoche, New York, il film del 2008  scritto e diretto dal geniale sceneggiatore Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Se mi lasci ti cancello), per la prima volta dietro la macchina da presa.

Presentato in concorso al 61° Festival di Cannes, Synecdoche, New York viene considerato il testamento cinematografico di Hoffman. La cronologia smentisce questa percezione, eppure il film fin dalla prima scena sembra segnato dallo stigma della morte in modo così inequivocabile da supportare questa convinzione.

Visionario, straniante, kafkiano, il film è ambivalente e complesso fin dal titolo, un gioco di parole fra Schenectady, la cittadina statunitense in cui è ambientata la vicenda e la sineddoche, quella figura retorica che conferisce a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto e viceversa. Un allusione forse all’opera del protagonista, il regista teatrale Caden Cotard (Hoffman, immenso) che -alla ricerca della propria identità- passa tutta la sua esistenza a mettere in scena uno spettacolo grandioso: si tratta di un’opera coraggiosa, definitiva e folle, e cioè la riproduzione esatta della propria esistenza sul palco. Chiunque ha un doppio che lo rappresenta sul set, un immenso hangar per dirigibili dove è stata ricreata Schenectady:  una messa in scena e una mistificazione iperreale che dura tutta la vita.

Sempre più insensato e angosciante, in realtà il film si sgancia completamente dal reale per diventare pura introspezione, quasi un percorso psicanalitico, a metà del primo tempo. All’inizio l’atmosfera è realistica: Caden mette in scena Morte di un commesso viaggiatore di Miller ed è un successo, tanto che l’artista vince un prestigioso premio e una consistente somma di denaro che gli consentirà finalmente di mettere in scena qualcosa di unico.  Nel frattempo la vista gli si abbassa, le gengive gli sanguinano, la faccia si riempe di pustole e mentre lui confida alla propria psicanalista il proprio timore della morte, la donna cerca di vendergli i propri libri e poi di sedurlo. Intanto la moglie Adele (Catherine Keener), una pittrice affermata, lo lascia trasferendosi a Berlino con la loro unica figlia, così Caden entra in una fase di negazione: sette anni diventano una settimana, le allucinazioni si susseguono confondendo la realtà con la fantasia.

In sala le cose non cambiano molto: lo spettatore è confuso, straniato, angosciato. Il tempo passa in fretta, quasi senza che Caden se ne accorga: l’uomo invecchia sempre più velocemente, dopo essersi nuovamente condannato all’infelicità sposando la propria prima attrice (Michelle Williams) e lasciandosi sfuggire il vero amore, la dolce Hazel (Samantha Morton), la ragazza dai capelli rossi che vive in una casa avvolta dalle fiamme (una citazione da Tennessee Williams). Solo alla fine, quando la felicità sembra finalmente arrivata, Caden realizza di aver sprecato la sua vita.

 Synecdoche, New York è un film sulla miseria umana, il senso della vita e l’ambizione, la vanità e l’angoscia: un’opera ambiziosa nelle intenzioni, ma a tratti estenuante cui bisogna avvicinarsi con la dovuta consapevolezza.

Il nostro voto: 5 e mezzo
Una frase: “Ci sono milioni di persone nel mondo e nessuno è una comparsa: ciascuno è protagonista della sua storia e le va riconosciuto.”
Per chi: ama lo stile di Kaufman

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