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Storia d’inverno, ovvero se Colin Farrell sfoggia un taglio da scippatore

Storia_d_inverno_recensioneGiovedì 13 febbraio arriva nelle sale italiane Storia d’inverno, attesissima trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Mark Helprin: ambientato a New York fra il 1895 e il 2014, il film racconta la storia di un orfano, il ladro gentiluomo Peter Lake, e del suo amore eterno e sfortunato per la bella e giovane Beverly Penn, condannata a morire per tubercolosi. A impedire la felicità dei due ragazzi il demone Pearly Soames: Peter, ossessionato dalla sua ragazza dai capelli rossi, ha bisogno di un miracolo, ma solo il tempo dirà se ne accadrà uno…

Storia d’inverno nasce nel segno degli Oscar: si tratta dell’esordio alla regia dello sceneggiatore Akiva Goldsman, vincitore dell’ambita statuetta per A beautiful mind, e fanno parte del suo cast non solo Russell Crowe e Jennifer Connelly, premiati nel 2001 proprio per il film sulla vita del Nobel John Nash, ma anche William Hurt migliore attore nel 1985 per Il bacio della donna ragno e Eva Marie Saint, migliore attrice non protagonista per Fronte del porto.

Ma non è tutto oro quello che luccica, neanche se si tratta dell’oro degli Academy Awards: ecco 5 motivi per cui tenervi a distanza di sicurezza dal film con Peter LakeColin Farrell (Alexander, Chiedi alla polvere, In Bruges) e Beverly Penn – Jennifer Brown Findlay (Downtown Abbey, Not Another Happy Ending).

Pensavo fosse amore… Questo romantico fantasy promette lacrime, batticuore e una storia di amore vero ed eterno: insomma, diciamocelo, San Valentino era “la morte sua”. Peccato che alla proiezione stampa, più che di singhiozzi, la sala risuonasse di risate che neanche durante Cado dalle nubi. Perché? Perché less is more e una trama affollata di luoghi comuni in cui angeli e demoni si alternano a fanciulle in vesti virginali e momenti alla Highlander non riuscendo a trovare il giusto equilibrio, non può che strappare un sorriso a chi non voglia sprofondare nella melassa.

Nel segno del destino. E della noia. “E se fossimo tutti parte di un solo, grande disegno?” esordisce la voce fuori campo nella prima scena. Per Goldsman siamo tutti collegati e ogni essere umano ha dentro di sé un miracolo da portare a termine, prima di potersi ricongiungere a coloro che ha amato: una storia già sentita. Date le premesse, non sorprende che lo script, frutto di insensati tagli al romanzo, risulti insipido e discontinuo e che i personaggi siano tratteggiati in maniera superficiale.

Come in Hugo Cabret… più o meno, eh. Peter Lake è un orfano che abita nel sottotetto della stazione d New York, come Hugo Cabret e sono proprio le atmosfere di fin de siècle, tipiche del film del 2011, l’elemento più riuscito del film, grazie alla fotografia di Caleb Deschanel e la scenografia di Naomi Shohan (American Beauty, Amabili Resti). Peccato che non bastino: incorniciano comunque una storia dove persino la troppa enfasi recitativa finisce per sortire un paradossale effetto caricaturale.

Effetti speciali (?) Immaginate un cavallo bianco accessoriato di frisé quanto un Mio Mini-Pony e, neanche a dirlo, alato. Serve aggiungere altro?

I capelli di Colin Farrell. Non c’è bicipite, sorriso, sguardo colmo di lacrime che tenga: in Storia d’inverno Colin Farrell sfoggia un taglio da scippatore di vecchiette. Sex appeal? Zero.

Il nostro voto: 3

Una frase: “Dimmi di sì e scioglierai tutta la neve del mondo.” (Peter)

Per chi: Per romantici senza pretese

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