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‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’: la recensione dello spettacolo, reso celebre dal film di Forman. All’Elfo

Qualcuno volò sul nido del cuculo Gassmann
Ph Francesco Squegli

Esistono opere che appaiono intoccabili, “sacre” nel nostro immaginario e Qualcuno volò sul nido del cuculo rientra tra esse. Reso celebre dal lungometraggio di Miloš Forman (insignito, tra gli altri, dell’Oscar quale miglior film), il testo di Dale Wassermann (tratto a sua volta dal romanzo di Ken Kesey) è uno di quei lavori che non lascia indifferenti, colpendo al cuore nel 1975 e a ogni visione successiva.

Abbiamo avuto la fortuna di poter assistere allo spettacolo diretto da Alessandro Gassmann – in tournée ormai da quattro anni – continuando a riscuotere il meritato successo. Un’opera d’arte preziosa che dovrebbe rientrare in repertorio per la qualità e le emozioni che restituisce.

Qualcuno volò sul nido del cuculo: la recensione dello spettacolo di Gassmann

Sin dall’inizio viene dichiarato un punto nodale di quest’opera e, in generale, dell’essere umano: l’immaginazione. Assistiamo, infatti, a una proiezione e di lì a poco scopriremo chi sta fantasticando (o avendo un’allucinazione, il limite è sottile, tanto più se si è in un “manicomio”, ma a noi ci piace pensare che sia più il primo caso). Dopo aver osservato una donna che va via, scopriamo Ramon, un uomo “grande e grosso”, vittima di derisione, spento dai metodi che si usano nella struttura.

Dario (il mio McMurphy) è un ribelle anticonformista che comprende subito la condizione alla quale sono sottoposti i suoi compagni di ospedale, creature vulnerabili, passive e inerti. Da quel momento si renderà paladino di una battaglia nei confronti di un sistema repressivo, ingiusto, dannoso e crudele, affrontando così anche un suo percorso interiore […] attraverso di lui, i pazienti riusciranno ad individuare qualcosa che continua ad esser loro negato: la speranza di essere compresi, di poter assumere il controllo della propria vita, la speranza di essere liberi.
Un testo che è una lezione d’impegno civile, uno spietato atto di accusa contro i metodi di costrizione e imposizione adottati all’interno dei manicomi ma anche, e soprattutto, una straordinaria metafora sul rapporto tra individuo e potere costituito, sui meccanismi repressivi della società, sul condizionamento dell’uomo da parte di altri uomini”, ha dichiarato il regista.

Nell’adattamento curato da Maurizio de Giovanni (tra i suoi titoli ricordiamo ‘I bastardi di Pizzofalcone’) la storia viene trasferita dagli Anni ’50 al 1982, ambientando il tutto nell’ospedale psichiatrico di Aversa. Non avrebbe senso porre a paragone due linguaggi – quello teatrale con quello cinematografico – anche perché lo spettacolo dimostra di saper trovare la propria strada, lasciando un segno indelebile nel pubblico. Ogni personaggio-persona è ben caratterizzato (ma non nell’accezione caricaturale del termine) da cadenza e gesti che lo connotano così come sono studiati i toni – in particolare quelli di suor Lucia (la capo infermiera) a cui dà volto un’Elisabetta Valgoi completamente calata in una donna che ha indossato una “maschera” forse per proteggersi o perché davvero prova un godimento nell’infliggere una punizione? Anche in questo caso il limite è sottile.

Lo spettatore identifica i “cattivi”, ma uno dei pregi di questo testo sta nel riuscire a far trapelare le contraddizioni umane, anche quelle insondabili. Il Dario di Daniele Russo (impeccabile nel donarsi generosamente alla “causa” di interpretare quest’uomo) è un fulmine a ciel sereno in quel “non-luogo”, ricorda, a tratti, l’astuto Amleto che tutti credono pazzo, gioca con le definizioni e i recinti (“chi è che non le tiene le manie?”, sottolinea) e fa riscoprire ai suoi compagni il potere della “fantasia”. Gassmann pone l’accento proprio su questo tasto. Si dice spesso che il teatro lo si può fare con un attore e una sedia e, in fondo, mentre si ascolta chi è in scena (se è abile e onesto intellettualmente) il pubblico visualizza ciò che sta comunicando, completando lo spettacolo. Dario compie questo coi propri compagni (ritenuti dai medici dei pazienti acuti rispetto ai cronici), soprattutto in un momento particolarmente toccante, quando il desiderio umano viene castrato dal controllo e dalle regole.

Non è un caso che anche ne ‘La pazza della porta accanto‘ ci fosse un velo, in fondo è quel filtro che noi abbiamo posto nei confronti di coloro che venivano/vengono dichiarati “pazzi” e, allargando lo sguardo, verso l’altro da noi. Il teatro ha il potere di oltrepassare i muri e farci sognare. Qualcuno volò sul nido del cuculo, in un equilibrio davvero delicato da rendere – e loro sono ineccepibili – passa dallo strappare sorrisi (merito degli attori, ma anche della cifra di leggerezza inserita) a dilaniare profondamente, ma una speranza c’è, così come restano tanti interrogativi.
Vale la pena citare anche gli altri componenti di questa straordinaria compagnia – Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Emanuele Maria Basso, Alfredo Angelici, Daniele Marino, Gilberto Gliozzi , Davide Dolores, Antimo Casertano, Gabriele Granito e Giulia Merelli – senza dimenticare le note di Pivio e Aldo De Scalzi.

Riassumendo

Qualcuno volò sul nido del cuculo, dal 10 al 15 aprile 2018

Teatro Elfo Puccini

DURATA: 165′ più intervallo

ORARI: da martedì a sabato h 21; domenica h 16,30

PREZZI: intero 32,50€; martedì posto unico 21,50€; ridotto under25 e over65 17€; under18 e scuole 12€

Nota bene: lo spettacolo, dopo l’Elfo Puccini, prosegue in tournée in altre tappe lombarde, per poi concludere al Carignano di Torino (dal 24 aprile al 6 maggio 2018) e, infine, al Teatro della Corte di Genova (dall’8 al 13 maggio).

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