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Jackie: una magnifica Natalie Portman nel nuovo film di Pablo Larrain

jackie_film_recensione

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Il regista cileno Pablo Larrain non è nuovo all’indagine della storia e della politica tramite l’uso di prospettive inusuali, laterali e ambigue: lo aveva fatto in Tony Manero e Post mortem, e in Jackie, il suo primo film in lingua inglese, il cineasta sceglie di puntare la macchina da presa sul legame che unisce potere e spettacolo, inteso nella sua accezione più ampia, come già accaduto in No – I giorni dell’arcobaleno.

In uscita nelle sale italiane il 23 febbraio, la pellicola presentata alla Mostra del Cinema di Venezia mette infatti in scena una delle ferite che più ha segnato l’inconscio collettivo americano, quella della morte del presidente John Fitzgerald Kennedy, ma sopratutto il modo in cui la vedova ha affrontato il lutto e la tenacia con cui ha organizzato il funerale del marito. Ancora una volta Larrain ricostruisce la Storia con la “s” maiuscola a partire da una vicenda privata, per quanto possa dirsi privata la vita di una first lady che aveva contribuito ad avvicinare la figura presidenziale al pubblico.

A interpretare la vedova Kennedy è una magnifica Natalie Portman che riesce a non farsi inghiottire dalla trappola del lutto e del dolore, donando un ventaglio di sfumature a un personaggio non privo di asperità, che fa poco per nascondere sentimenti come risentimento, rancore e disperazione. Il film poggia quasi interamente sulle spalle dell’attrice, il più delle volte racchiusa in interni raggelati – spesso e volentieri la macchina da presa girovaga con lei all’interno della Casa Bianca – o in esterni altrettanto claustrofobici, appesantiti da un cielo plumbeo che rispecchia la mestizia che avvolge tutti i personaggi, costretti a confrontarsi con gli aspetti più pragmatici – e quindi penosi – di un evento terribile.

E in una pellicola in cui il senso del dovere pare essere onnipresente (addirittura Jackie spiega alla figlia che il padre è “dovuto” andare in cielo per fare compagnia alla figlia morta prematuramente), l’ostinazione di Jackie nel suo tentativo di organizzare la cerimonia funebre diventa l’ennesimo compito lasciatole da un marito di cui ammirava le capacità e la missione politica, e da cui allo stesso tempo era stata profondamente delusa.

Consapevole della potenza dello spettacolo e dell’immagine – nella ricostruzione di un filmato d’epoca Larrain ce la mostra protagonista di una trasmissione tv, mentre illustra i cambiamenti apportati alla Casa Bianca – la protagonista fa suo il motto “Si monumentum requiris, circumspice”, in modo  che possa essere applicato efficacemente ai Kennedy: per assicurarsi che l’eredità di John passi alle nuove generazioni e che il suo ricordo sia quello di un grande statista, Jackie si batte in modo quasi disumano per avere una cerimonia magniloquente, anche a scapito della sicurezza della propria famiglia e degli altri (come sostiene la burocrazia).

Lontano dal pietismo che avrebbe trionfato in un biopic tradizionale, Larrain scardina molte regole del genere per investigare ciò che più gli sta a cuore. In questo caso si tratta della costruzione di un mito, quello di J. F. Kennedy e quello di sua moglie: il regista, che si disinteressa agli aspetti più lacrimevoli della vicenda, disseziona questo processo con alcune scelte precise.

Da una parte frammentando il montaggio – che alterna salti temporali, location e situazioni differenti, come l’intervista-confessione concessa a un giornalista, il flashback dell’attentato, i momenti immediatamente successivi, il colloquio con un prete (interpretato dal compianto John Hurt) – e dunque evitando il crescendo emotivo di una narrazione lineare, e dall’altra rifiutando (e facendole rifiutare) la cristallizzazione di Jackie in una maschera di sofferenza, rendendola una persona, invece che un’icona o una martire.

Il mito di un’età dell’oro perduta, che lo stesso John Fitzgerald identificava nella Camelot di un musical molto amato, viene così celebrato e smontato allo stesso tempo, come avviene anche per la colonna sonora di Mica Levi, una partitura di archi che scarta sempre in modo sghembo nel momento in cui inizia a suonare elegiaca, patetica e commemorativa. Rimane invece l’immagine di una donna cui non è rimasto più nulla dopo essere stata in cima al mondo (posizione per la quale ha pagato un prezzo grandissimo), immagine che racconta la forza e la fragilità che possiede il potere quando si incarna in un unico individuo.

Il nostro voto: 8

Una frase: “Non ho mai desiderato la fama, sono solo diventata una Kennedy”

Per chi: a chi è interessato a conoscere il lato umano della Storia, al di là del mito.

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