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Gillo Dorfles: un secolo di incontri straordinari

Paolo CrespiPaolo Crespi 2 anni fa
gillo dorfles libro skira

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Memoria storica. Mai espressione fu più appropriata per definire la funzione di un critico che racconta il presente della ricerca nell’arte ricordandoci però anche da dove veniamo, chi è vissuto prima di noi, cosa ha anticipato di ciò che oggi magari percepiamo come novità assoluta ma che ha le sue radici (e qualcosa di più) nei movimenti e nelle avanguardie artistiche del ‘900.

“Il secolo breve”, in realtà lunghissimo e affollatissimo di fatti, nomi, contenuti irripetibili ma forse proprio per questo riprodotti e citati in milioni di casi. E in migliaia di opere, alcune memorabili, molte altre no.

E se questo critico ne parlasse con cognizione di causa perché li ha visti nascere artisticamente i vari Baj, Munari, Bonalumi, Capogrossi, Fontana, Manzoni, Rauschenberg, Scialoja (tutta gente che ora non c’è più), avendo anche l’opportunità di recensire da contemporaneo più giovane maestri “storici” come Boccioni, Duchamp, Kandinsky, Matisse, Mondrian, Picasso?

Beh, questo personaggio esiste ed è in piena attività, come dimostra il ponderoso volume Gli artisti che ho incontrato (a cura di Luigi Sansone, quasi 900 pagine, copertina arancione, il suo colore preferito, in tinta con il pullover a V indossato per l’occasione), raccolta di articoli e presentazioni con scritti datati anche 2015, appena presentato da Skira a Palazzo Reale nell’ambito di Bookcity 2015.

Parliamo di Gillo Dorfles, classe 1910, 105 anni festeggiati in settembre nella sua città d’adozione, quella Milano percorsa in lungo in largo, preferibilmente in tram – il mezzo pubblico per eccellenza su cui fino a non molto tempo fa era facile incontrarlo –, per visitare o inaugurare una mostra, far visita a un emergente, intervenire a un dibattito.

Il decano dei critici d’arte e artista in proprio, stimolato dalle domande e osservazioni di Sansone e dell’allievo diretto Aldo Colonetti, ascolta con pazienza le osservazioni, più o meno pertinenti, di un vastissimo pubblico, tra cui anche molti “anziani”, nati almeno un quarto di secolo dopo di lui, che gli devono qualcosa in termini critici o editoriali.

Ecco un campionario delle sue risposte.

“Una volta un dentista, incontrato per caso, mi parlò di un artista che non conoscevo. Fidandomi di lui, andai a vedere le sue opere e scoprii un talento eccezionale. L’unico mio merito, anche in questo caso, fu la fortuna di incontrarlo. Per inciso, l’artista si chiamava Agostino Bonalumi, uno dei grandi dell’astrattismo del ‘900”.

“Ho voluto studiare medicina, specializzandomi in psichiatria, come complemento della mia cultura, pur sapendo fin dall’inizio che non avrei mai esercitato, per la fortuna di quei disgraziati che fossero per caso finiti sotto le mie mani…”

“Il rapporto tra arte e kitsch? Varia a seconda delle epoche, perché non tutte hanno lo stesso sviluppo della “non-arte”. Oggi direi che siamo in un paradiso del kitsch… Non tutto il kitsch è necessariamente “non-arte”, mentre molto spesso tutta l’arte è kitsch

“Cosa penso delle opere di Jeff Koons? È indubbiamente interessante che si diletti di queste cose”.