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Io sono Tempesta: la recensione del film di Daniele Luchetti

Nicoletta ManganottiNicoletta Manganotti 2 settimane fa
Io sono tempesta recensione

In una società chi sono i veri buoni?  E chi sono i veri cattivi?  Per Daniele Luchetti, regista con già in attivo pellicole come Il portaborse, Arriva la bufera, c’è forse una sottile ed invisibile linea di confine.

Il suo ultimo film Io sono Tempesta (in uscita il 12 aprile) è una farsa sociale, che senza falsi inganni e molto pragmatismo, analizza il rapporto fra classi sociali agli antipodi della “piramide sociale”, il rapporto fra un affarista speculatore e i più poveri, una riflessione sul potere del denaro inebetente.

Numa Tempesta (Marco Giallini) è ricco sfondato, con un fiuto per gli affari, ma con ben pochi scrupoli, vive nel suo albergo extra lusso, immenso e deserto, vagando durante la notte per le stanze senza chiudere occhio, o circondato da giovanissime prostitute che con Mr Tempesta non hanno decisamente nulla in comune.

A Numa, la vita un bel giorno presenta il conto, a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale, è costretto a scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza. Il carismatico e scaltro affarista è ora al servizio di coloro che vivono ai margini della società. Fra questi c’è Bruno (Elio Germano) padre di borgata, con figlio a seguito, povero in canna che ha sperperato i suoi quattro soldi nel gioco.

L’eterna lotta fra classi sociali

A conti fatti Io sono Tempesta sembrerebbe la classica commedia suoi buoni sentimenti e l’amicizia, ma Luchetti preferisce usare la chiave dell’ironia avvalendosi di un velato surrealismo a tratti macchiettistico, per contrastare l’abusato buonismo con cui troppo spesso vengono infarciti tali temi.

Ne esce quindi un film che ha per protagonisti un cialtrone, alla fine anche simpatico, sotto sotto perseguitato dai suo fantasmi interiori, in un rapporto con la figura paterna mai sanato e una combriccola di poveri delineati in modo ben lontano dai soliti cliché.

Qui non c’è una parabola sociale, ma un rimpallo continuo di convenienza fra due condizioni sociali, nell’eterna lotta fra due mondi lontani, nella rivalsa del povero sul ricco e lo sfruttamento del ricco sul povero. Numa vagabonda nella sua ricchezza, ma la felicità si sa, è altra cosa.

Il capitalista Tempesta ha bisogno degli altri per riempire questo vuoto anche umano, ha bisogno di altri “figli di puttana” come lui, per salvare se stesso e la sua reputazione. Gente ricoperta di giornali, lontano dal suo mondo patinato, ma in grado di fregarlo quanto lui è in grado di fregare il prossimo.

“Povero Re e povero anche il cavallo” cantava Jannacci, colonna sonora di questa commedia dal riso alla fine anche amaro, a cui va riconosciuto un approccio interessante, ma che a tratti rivela forse un po’ di leggerezza misurata, aleggiando su tematiche refrattaria ad un maggior approfondimento. In fondo, forse lo spirito di Io sono Tempesta è questo: tratteggiare.

Un teatrino di personaggi dalle caratteristiche determinate: il povero, il romano di borgata, il tronfio uomo d’affari, la matura attivista sociale che gestisce il centro con ponchio e scarpe basse, la super sexy svampita e giovanissima prostituta laureanda in psicologia. Personaggi riconoscibili e identificabili, specchio della società moderna ma forse poco sfaccettati.

Un riconoscimento va all’interpretazione di Giallini nel dare vita ad un Numa ben riuscito, forte nel suo ruolo e convincente, così come Germano che interpreta il suo Bruno scanzonato e irriverente.

Voto

6,5

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