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Favolacce: una storia senza uscita. La nostra recensione

Beatrice CurtiBeatrice Curti 2 settimane fa
Favolacce-locandina

C’era una volta una periferia… Il nuovo film dei fratelli D’Innocenzo, uscito direttamente in streaming su Amazon Prime Video e adesso nei cinema, è una favola cupa, senza via d’uscita.

Vincitore di cinque Nastri d’Argento e dell’Orso d’Argento a Berlino per la miglior sceneggiatura, Favolacce mostra con ferocia un mondo dove non ci sono eroi, principi o principesse. Un film inedito nel panorama italiano, dove la periferia è dipinta non come teatro di criminalità brutale o come salvezza dai mali della città, ma come un bosco in cui sussurri e voci possono condurre nelle fauci del lupo.

Favolacce, l’incubo estivo dei fratelli D’Innocenzo

Tutto comincia con un diario, ritrovato da un uomo senza volto di cui sentiamo solo la voce (Max Tortora). Il diario di una bambina, scritto con la penna verde e bruscamente interrotto a metà. Le parole della piccola ci accompagnano a Spinaceto, durante una torrida estate romana, dove il racconto si dilata e si restringe, come i libri pop-up per bambini, in cui voltando pagina la scena precedente si appiattisce e scompare, sostituita da un altro quadro di carta.

Tra una giornata al mare e una cena in giardino, la vita nelle villette a schiera del quartiere appare normale, ma qualcosa stride. Nonostante il sole a picco e il sudore sulla pelle dei personaggi, lo spettatore percepisce un brivido freddo, di qualcosa che prima o poi esploderà, come una bomba. La fotografia abilissima spegne i colori, trasformando il cielo in un coperchio di piombo sotto il quale si muovono le famiglie protagoniste.

Sono i gesti, le parole sputate tra i denti e i sorrisi distorti dell’ottimo cast (tra cui Elio Germano, Ileana d’Ambra, Tommaso di Cola e Max Malatesta) a sgretolare l’illusione dei buoni rapporti tra vicini che mettono a disposizione la piscina e organizzano il mercatino di quartiere.

Favolacce rende i bambini protagonisti nascosti

Il racconto è narrato da una bambina misteriosa, che si mostra e ci sfugge a seconda del momento. Per questo Favolacce sembra mostrato da sotto in su, con una prospettiva che allunga le ombre e deforma la realtà, facendo rivivere l’orribile sensazione della paura e dell’incomprensione infantile, quella che ci attanagliava il cuore quando i grandi diventavano seri.

I bambini di Spinaceto si muovono in un universo che li attira e li respinge, dove per cercare di capire il mondo degli adulti si prova a emulare le loro azioni, ma senza divertimento, senza gioia. Quasi come un esperimento scientifico. Gli adulti, chiusi nella loro mediocrità e nella rabbia repressa dietro le apparenze sembrano non conoscere i loro figli, li esibiscono come motivo d’invidia per i vicini, ma non sanno gestirli, se li trovano tra le mani e ne hanno quasi paura.

Non tutto il mondo però è marcio, e se dietro il giardino curato della villetta a schiera i mostri riposano all’ombra, nei posti più impensabili l’amore, anche se goffo e impreciso, cresce e salva.

Il secondo film dei fratelli D’Innocenzo ha una scrittura feroce, che lascia lo spettatore senza fiato, grazie anche alle musiche claustrofobiche, in cui non manca anche il pop, con un brano di Paolo Meneguzzi, che con le sue parole quasi banali sembra restituire il senso profondo del film.