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365 giorni: il trash che non diverte. La recensione del film Netflix

Beatrice CurtiBeatrice Curti 4 settimane fa
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Michele Morrone in una sequenza del film

365 giorni è un film di produzione polacca, stabile in vetta alla classifica Netflix dei film più visti sulla piattaforma. Perché?

Il film è un tentativo di replicare 50 sfumature di grigio, con il risultato di diventarne la parodia trash. E non si partiva certo da un film di alto livello.

La recitazione pessima, la regia allucinata e una fotografia degna del peggiore sottoprodotto soft-porno ne fanno il film perfetto per una serata ignorante tra amici. Peccato che il risultato non sia affatto divertente.

 

365 giorni: la trama

Laura è una giovane ragazza polacca in vacanza in Sicilia, con le amiche e il fidanzato, rozzo, sudato e con la pancetta alcolica. Durante una festa Laura si allontana e si perde nei meandri di un paesino, finché davanti a lei non appare una figura che con tono brillante le dice “ti sei persa, bambolina?”. Questa frase sarà il tormentone ricorrente dell’uomo del mistero.

La donna perde i sensi e si risveglia in un castello arredato come un centro benessere, dove ad aspettarla c’è lui, Massimo Torricelli. Lo spettatore ha fatto la conoscenza di Massimo nei primissimi momenti del film, dove assiste alla morte del padre durante una trattativa tra mafiosi. Morendo, il boss lo lascia con il compito di guidare gli affari di famiglia e con una massima “figlio mio devi stare attento: le donne sono il paradiso degli occhi, e l’inferno dell’anima e il purgatorio per il portafoglio.”  Tipicamente la prima cosa che viene in mente sul letto di morte.

Massimo lo prende in parola, rapendo Laura, di cui si è invaghito dopo averla vista per caso in aeroporto. Ma niente paura: nonostante l’atteggiamento possessivo e il vizio di menare le mani (tante, troppe scene in cui prende Laura o altre donne per il collo, praticamente anche per chiedere di farsi passare lo zucchero), l’aitante mafioso ha una sua etica: non toccherà Laura a meno che lei non sia consenziente, lasciandole un anno (da cui il titolo) per innamorarsi di lui.

Da questo momento il film diventa un tira e molla tra i due, fino all’ovvia conclusione con tanto di matrimonio (e un finale, quello sì, inaspettato). I personaggi sono tagliati con l’accetta, con caratteristiche talmente stereotipate da poter prevedere la prossima battuta. Lei è viziata, superficiale e capricciosa, con il chiodo fisso dello shopping: spettacolare la scena in cui lui la rispedisce a Varsavia per un giorno, lei si consola con massaggi, parrucchiere e abiti nuovi (le scene di acquisti folli occupano gran parte del minutaggio) per poi ritrovarlo e dirgli “non sai cosa ho passato”.
Lui merita un capitolo a parte.

 

Una fanfiction erotica su Fabrizio Corona

Massimo, interpretato dall’attore e modello (più modello che attore) italiano Michele Morrone, è una versione trash (si, ancora più dell’originale) di Fabrizio Corona. Acconciature, vestiario e atteggiamento lo ricordano molto da vicino, insieme alla somiglianza fisica tra Morrone e l’ex fotografo delle star.

Il fascino del criminale italiano dal cuore d’oro per il pubblico polacco ha un viso e un nome ben precisi, lasciando allibiti gli italiani. Massimo è un mafioso sì, ma anche “un forte maschio alfa che sa sempre quello che vuole, uno che si prende cura di te e che ti difende, e quando sei con lui ti senti una ragazzina. Realizza tutte le tue fantasie sessuali, in più è alto un metro e novanta e non ha un filo di grasso sul corpo ed è stato modellato da Dio”. Questa la descrizione che Laura ne fa ad un’amica.
La Sindrome di Stoccolma regala nuove frontiere del disagio.

Nonostante il fisico statuario, Massimo raccoglie tutto ciò che è mascolinità tossica, riportata come motivo di vanto: è violento, geloso (dal vietarle di comprare vestiti troppo audaci allo sparare alle mani di un rivale in discoteca) e spaccone.

 

Scene di sesso grottesche

Ma stiamo parlando di un film erotico dopotutto: la trama conta relativamente, sono le scene di sesso quelle che devono inchiodare allo schermo! Ecco, no.

Il sesso c’è, anche se Laura si fa attendere dal suo bel sequestratore per buona metà del film. Ma per tenere buono lo spettatore sono presenti due momenti nosense in cui Massimo si fa praticare sesso orale: nel primo caso da una hostess in lacrime, nel secondo da una prostituta apparsa dal nulla per illustrare a Laura “cosa si perde”. Ah beh.

Quando finalmente la ragazza si concede a Massimo, la scena è imbarazzante. Inquadrature sbagliate che rivelano come i due attori non stiano facendo nulla, se non sbracciarsi come tifosi allo stadio e lanciarsi in espressioni facciali esilaranti. Il montaggio è nauseante per l’inutile velocità, mostrando i due darsi da fare in ogni anfratto della barca su cui stanno viaggiando.

 

Non c’è nulla da ridere

365 giorni potrebbe essere un divertente espediente per una serata trash in compagnia, il problema è che, salvo poche scene talmente surreali da risultare divertenti, non c’è nulla da ridere su quanto si vede nel film.

Il maschilismo imperante fatto di costrizioni, dal rapimento fino al divieto di indossare abiti scollati, la violenza sulla hostess, che dopo la fellatio scappa per asciugarsi le lacrime e sorridere; tutto questo è mostrato sotto una luce positiva, perché Massimo è l’uomo dei sogni: violento e maniaco sì, ma anche bellissimo e ricco.

La donna viene sminuita con tale impegno che non si riesce a riderci sopra come con 50 sfumature di grigio: qui Laura viene mostrata come un’oca giuliva, che si caccia nei guai perché ha disobbedito al suo uomo vestendosi in modo provocante, implorando perdono per averlo “costretto” a lavare l’offesa nel sangue.

Il film ha suscitato talmente tante polemiche da rischiare di essere rimosso: online si sono scatenate le petizioni e persino il Codacons ha inviato un esposto alla Procura. La protesta è partita dalla cantante gallese Duffy, vittima diversi anni fa di violenze sessuali a seguito di un rapimento, che ha commentato “rende fascinosa la realtà brutale del traffico sessuale, del rapimento e dello stupro”.

Se dovessimo dare un voto a questo film sarebbe un 3, correlato dall’avviso “guardatelo a vostro rischio e pericolo”.