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Il violinista sul tetto, intervista a Moni Ovadia: “La grande musica yiddish si rifiuta di morire”

Paolo CrespiPaolo Crespi 10 mesi fa
moni ovadia
Ph Gianmarco Chieregato

Il 22 febbraio debutterà a Milano, al Teatro Nuovo, nella sua versione italiana, firmata da Moni Ovadia come regista e interprete principale, Il Violinista sul tetto, uno dei grandi capolavori del teatro musicale americano, creato a Broadway negli anni Sessanta da due maestri del genere come Sheldon Harnick (per i testi delle canzoni) e Jerry Bock (autore delle musiche ispirate alle melodie yiddish). L’adattamento teatrale di Joseph Stein, ispirato a un romanzo breve di Sholem Aleichem, pseudonimo di Solomonon J Rabonowitz, considerato “il Gogol della letteratura yiddish”, tenne banco per otto annidi fila e oltre 3.200 repliche, senza contare che ancora oggi – in qualche parte del mondo – non c’è stagione in cui il musical non venga rappresentato da qualche compagnia, nell’originale inglese (da cui nel 1971 fu tratta anche una versione cinematografica) o nella lingua locale.

La versione diretta da Moni Ovadia, la prima e unica mai realizzata in Italia, ha una caratteristica che la rende speciale e inconfondibile: i dialoghi sono nella nostra lingua, ma per una precisa scelta registica – che ricolloca la vicenda nel contesto originario della cultura ebraica dell’Europa centro-orientale – tutte le canzoni dello spettacolo sono in yiddish, rese più comprensibili dall’aggiunta di qualche battuta introduttiva suggerita da Elisa Savi, autrice dei bellissimi e coloratissimi costumi originali, ispirati alla poetica di Chagall e regista collaboratore di questa nuova edizione. In scena, tra gli altri, la cantante e attrice Lee Colbert, e Mario Incudine.

Cast nuovo, spettacolo nuovo, anche se tecnicamente si tratta di una “ripresa” a 16 anni di distanza dal tuo primo allestimento de Il Violinista sul tetto, sempre in questo teatro. Moni, aiutaci a riprendere confidenza con la storia ma soprattutto con il mood di questa curiosa e intelligente commedia musicale…

“L’argomento è semplice: un lattivendolo di Anatevka, sperduto villaggio della Russia zarista, ai primi del Novecento, ha moglie e cinque figlie, di cui tre in età da marito. E come si usava nello shtetl ebraico, i matrimoni sono di norma combinati. Ma chi è davvero Tevjie, il protagonista de Il violinista sul tetto? Un essere profondamente umano. Che nella vita ha un sogno: gli piacerebbe essere ricco, non tanto per avere i soldi del ricco ma per poter studiare tutto il giorno la Torah e diventare un sapiente. Siccome la cosa non si verifica, lui intrattiene un permanente dialogo con Dio, con cui parla, si lamenta, polemizza e che a volte critica apertamente. Un po’ come il personaggio di Don Camillo nei romanzi di Guareschi. Con la differenza che il Gesù di Don Camillo risponde, questo Dio no. I suoi guai cominciano sul serio quando promette in sposa la figlia maggiore al macellaio del villaggio, vedovo facoltoso, molto più anziano di lei. Ma sfortunatamente Tzeytl è innamorata del giovane sarto, poverissimo, che esercita il più infimo dei mestieri nella considerazione del tempo…”

Come se ne esce?

“Senza spoilerare troppo, Tobia (Tevjie) se ne farà una ragione, mentre la vicenda si dipana in un crescendo di stratagemmi e invenzioni paradossali che coinvolgono la moglie Golde, una vera ‘yiddish mama’, cioè colei che in famiglia porta i pantaloni, e Yente, la combina-matrimoni. Che si celebreranno, certo, ma non secondo le aspettative. Con la terza figlia, Have, impalmata addirittura da un russo non ebreo, Fiedka. Un vero dramma, e non solo per una questione di fede, sullo sfondo delle persecuzioni dei Romanov, che preludono alla cacciata dal villaggio e all’esilio di Tevje e della sua gente”.

Come mai i loro piani vengono regolarmente disattesi, anche nei confronti delle figlie minori all’appuntamento con i rispettivi destini amorosi?

“Perché Tevjie, in definitiva, trova sempre una buona ragione per cedere: la sua grandezza, pur partendo da una posizione di ortodossia, è che per lui l’umanità sopravanza tutto. ‘In fondo un tempo anche le nostre vecchie usanze erano nuove’, dice a un certo punto rivolgendosi alla moglie. E il suo è un modo di ragionare tipicamente ebraico, con frequenti citazioni bibliche che ama alla follia e però sbaglia sistematicamente, da dotto imperfetto qual è”.

Un personaggio chiave del musical è Percik, il giovane rivoluzionario interpretato in questa edizione dal talentuoso Mario Incudine. 

Mentre Tevjie è dedito alla distribuzione della crema di latte e del burro, come fa con particolare cura alla vigilia del Sabato, che tutti vogliono onorare nel migliore dei modi, specie quando c’è di mezzo un matrimonio, si presenta sulla scena un giovane universitario, un forestiero.  Percik, che viene da Kiev, rinfaccia alla gente del villaggio – perseguitata da uno dei frequenti “pogrom” scatenati dal regime degli zar ai danni degli ebrei –  di non saper fare altro che lagnarsi, invece di ribellarsi e passare all’azione. A Tevjie istintivamente quel ragazzo piace, perché malgrado sia una testa calda, un ‘comunista’, ha dei principi, delle convinzioni. Inutile dire che lui e Hodl, la seconda figlia, si innamoreranno e al dunque, con lui in partenza per fare la rivoluzione, invece di chiedergli il permesso alle nozze, si limiteranno a invocare la sua benedizione. Che dopo molte resistenze puntualmente arriva, anche se il giovanotto viene confinato in Siberia e la ragazza decide di seguirlo per stargli vicina”.

Raccontato così, il plot dello spettacolo che vedremo al Nuovo è già godibilissimo. Sedici anni fa, quando ti fu proposto dal produttore Lorenzo Vitali, al tuo fianco anche oggi, la versione italiana di Fiddler on the roof  rappresentava un unicum nel panorama ancora acerbo dei musical nostrani. Cosa significa riproporlo in questa stagione?

“All’epoca, confesso, pur avendo costruito buona parte del mio percorso artistico sul rapporto fra teatro e musica, con i musicisti presenti sul palco come elementi drammaturgici al pari degli attori, ero scettico sulla fattibilità in Italia di un genere che ha regole proprie e grandissimi interpreti soprattutto Oltreoceano, nella tradizione anglosassone. Ma negli anni che sono trascorsi il musical è cresciuto tantissimo nella cultura del nostro Paese, così come il livello dei performer e delle professionalità che concorrono alla creazione di spettacoli di grande impatto e successo, sia di critica che di pubblico. Riproporlo oggi ha il senso di riscoprire il contributo offerto dal teatro e dalla musica yiddish alla scena internazionale del musical: una lingua che si rifiuta di morire, anche se i contesti di esilio in cui è fiorita non esistono più.  Anche se, a ben vedere, la storia si ripete”.

Vale a dire?

“Che con la persecuzione dell’altro, del diverso da noi, siamo punto e a capo. L’umanità non ha imparato niente, se a prevalere è ancora la sindrome di Caino, l’infame crudeltà nei confronti dello straniero inteso come il più povero, il più debole. Ieri gli ebrei (ma un pizzico di antisemitismo c’è sempre), oggi gli africani, i rom, i musulmani”.

Tu e Lee Colbert (Golde) ricostituite la coppia del primo allestimento. Intorno a voi, anche per esigenze anagrafiche, un cast completamente rinnovato…

“Questa ripresa mi dà l’occasione, rara per un teatrante fuori dai giochi come me, di riunire una compagnia grande, con l’innesto di uno straordinario gruppo di attori siciliani, con cui ho già condiviso in parte, nelle ultime stagioni, l’avventura delle “Supplici” di Eschilo al Teatro greco di Siracusa (recitato in greco moderno e ottava rima siciliana) e gli allestimenti de “Il Casellante” di Andrea Camilleri e “Liolà” di Pirandello. Oltre a Mario Incudine, che ha la metà dei miei anni e con cui è nato un bellissimo sodalizio umano e professionale, sono della partita nel “Violinista” Aurora Cimmino (Hodl), Chiara Seminara (Zeytl), Graziana Lo Brutto (Have), tre giovani interpreti che sento davvero come fossero figlie nella realtà, Sabrina Sproviero (Yente, la sensale e altri due ruoli) e Giampaolo Romania (Motl, il sarto). Tutti hanno talento, anche per il canto, passione e disciplina da vendere. E a completare il cast – arricchito da un gruppo di ballerini dell’Accademia ucraina del balletto condotti dalla coreografa Elisabeth Boecke, esperta di tradizioni popolari, e dai musicisti “storici” della MoniOvadiaStage Orchestra  – c’è il lucano Giuseppe Ranoia, nei panni di Leyzer, il macellaio, e il giovane Alberto Malanchino (Fiedka, il fidanzato russo)”.

Al Teatro Nuovo dal 22 febbraio al 10 marzo

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