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Smetto quando voglio – Masterclass: la nostra recensione

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Chi è rimasto piacevolmente colpito dal primo capitolo di Smetto quando voglio, opera prima di Sydney Sibilia, starà attendendo con trepidazione di vedere il seguito. Dato sempre per assodato che de gustibus non est disputandum, dal canto nostro siamo sicuri che non rimarrà deluso. La banda dei ricercatori, con l’aggiunta delle new entry, è tornata e lo ha fatto in grande stile.

In chi, invece, si è perso il film precedente, potrebbe sorgere spontaneo domandarsi se può comprendere il nuovo. Sibilia & company hanno pensato anche a questo. Smetto quando voglio – Masterclass, nella primissima parte, s’impegna nel riprendere le fila, proponendo una sorta di dove eravamo rimasti. Nel nucleo originario figuravano: il neurobiologo (Edoardo Leo), il chimico (Stefano Fresi), l’economista (Libero de Rienzo), l’archeologo (Paolo Calabresi), l’antropologo (Pietro Sermonti) e i latinisti (Valerio Aprea e Lorenzo Lavia).

«Se per sopravvivere Pietro Zinni (Leo) e i suoi colleghi avevano lavorato alla creazione di una straordinaria droga legale diventando poi dei criminali, adesso è proprio la legge ad aver bisogno di loro. Sarà infatti l’ispettore Paola Coletti (Greta Scarano) a chiedere al detenuto Zinni di rimettere su la banda, creando una task force al suo servizio che entri in azione e fermi il dilagare delle smart drugs. Agire nell’ombra per ottenere la fedina penale pulita: questo è il patto. Per portare a termine questa nuova missione dovranno rinforzarsi, riportando in Italia nuove reclute tra i tanti cervelli in fuga scappati all’estero». Così racconta la sinossi ufficiale del film.

A dar volto a questi nuovi cervelli in fuga ci sono gli ottimi Marco Bonini, Giampaolo Morelli e Rosario Lisma (quest’ultimo già si è ritagliato il meritato spazio in teatro e sta emergendo sempre più anche su piccolo e grande schermo).

Il regista salernitano dimostra ancora una volta una grande abilità nel girare anche scene d’azione (non semplici da realizzare e non facili da trovare nei lungometraggi nostrani), ben inserite nell’economia dello script. La sceneggiatura, stilata con Francesca Manieri e Luigi Di Capua, diventa una buona traccia che prende ulteriormente corpo grazie alle prove attoriali, è come se ogni componente della banda suonasse un suo strumento che ben si amalgama con gli altri. Ci sono i giusti tempi di reazione che tengono a loro volta conto di quelli del pubblico.

Innegabilmente ci sono delle connessioni anche stilistiche e di rimandi tra il primo e il secondo capitolo: vedi i titoli di testa e l’uso del rallenti legato alla banda o l’utilizzo di armi particolari (e non vogliamo svelarvi troppo). Un’altra chicca però ve la offriamo: troverete un Luigi Lo Cascio che scardina un po’ l’immaginario (o, se preferite, l’immagine costruitagli intorno) e che, si intuisce dall’anticipazione in coda, avrà un ruolo ancora più preminente nel terzo capitolo della trilogia, Smetto quando voglio – Ad Honorem.

Per apprezzare del tutto il ciclo di Smetto quando voglio crediamo sia necessario approcciarsi alla visione lasciando a casa i freni inibitori, concedendosi del sano divertimento che, sottilmente, fa riflettere sulle contraddizioni umane e dei cosiddetti sistemi (da quello lavorativo a quello giudiziario) e gioca (con rispetto) sul: cosa si è disposti a fare pur di sopravvivere.

Andrea De Sanctis (Sermonti) nel primo capitolo arrivava a dire: «non capisco perché ogni cosa che facciamo debba per forza prendere una piega surreale». Ecco, tenete a mente questa frase pure per questo ritorno, in fondo è una delle cifre di questa commedia.

Smetto quando voglio – Masterclass è nelle sale dal 2 febbraio con 01 Distribution in più di 500 copie.

Voto: 8
Una frase: La sicurezza di Roma è in mano a questi disperati

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