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Qualcuno da amare recensione: Kiarostami sbarca in Giappone

In uscita nelle sale italiane il 24 Aprile, Qualcuno da amare è il tanto atteso film giapponese di Abbas Kiarostami: otto anni dopo la realizzazione di Dieci, il regista iraniano realizza il suo sogno di girare nel paese del Sol Levante nonostante le difficoltà seguite al violento sisma del marzo 2011.

Anche con quest’ultima opera Kiarostami si conferma un autore di nicchia: la tentazione di guardare l’orologio in sala è forte e, proprio quando la trama lineare sembra finalmente giungere a una svolta, il regista -quasi a volersi prendere gioco dello spettatore- opta per un finale tranchant.

Protagonista è Akiko (Rin Takanashi), una studentessa di origini modeste che per mantenersi agli studi di sociologia si prostituisce all’insaputa di Noriaki (Ryo Kase), il fidanzato gelosissimo, ossessivo e a tratti violento. Una sera Akiko viene costretta dal suo protettore a incontrare un anziano professore interpretato da Tadashi Okuno: la ragazza gli offre il suo corpo, ma lui vorrebbe solo cenare. Quando il giorno dopo Noriaki incontra il professore scambiandolo per il nonno della sua fidanzata gli eventi si complicano.

Il modo di dirigere di Kiarostami è stato del tutto inusuale: non ha permesso agli attori, che non sapevano quale fosse il ruolo dei loro personaggi nella storia e neanche come sarebbe finito il film, di leggere la sceneggiatura per intero; ogni giorno rivelava loro solo i dettagli della scena che sarebbe stata girata il giorno successivo.

L’uso ricorrente di inquadrature fisse proietta immediatamente lo spettatore all’interno della storia: la maggior parte delle scene si svolge in auto, così come succedeva proprio in Dieci, dove Akiko è spesso addormentata. Il silenzio nell’abitacolo è interrotto solo dai rumori del traffico di Tokyo, in una ambientazione claustrofobica e sospesa.

I dialoghi rarefatti aumentano il disagio dello spettatore e il senso di incomunicabilità che pervade tutto il film: tutti e tre protagonisti non riescono a esprimere i loro desideri, i loro bisogni in un gioco di attese e silenzi.

Se il regista di Copia conforme ci ha abituati a film in cui storie delicate e originali prendevano corpo “per forza di levare”, rifilando e eliminando il superfluo, stavolta forse si è spinto troppo oltre: per aficionados.

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