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Ovadia e Jannacci, corpo a corpo con la milanesità all’Elfo Puccini: la recensione

Paolo CrespiPaolo Crespi 5 anni fa
Moni Ovadia recital

Moni Ovadia Cabaret Yiddish

>> Presentazione dello spettacolo Il nostro Enzo di Moni Ovadia

Il caro Enzo è tornato a Milano, la sua città. Non in virtù di un semplice omaggio, come i tanti che si sono succeduti da quando il bardo dei poveri cristi, come Moni Ovadia ama definire il cantore degli ultimi, ha levato le gambe sue da questo regno, per parafrasare un bellissimo verso di Giovanna Marini.

Quello che l’autore crea in un’ora e venti di spettacolo, inanellando una dozzina di canzoni fra le più belle e impegnate del repertorio di Enzo Jannacci sul palcoscenico dell’Elfo Puccini, condiviso alla pari con il bravissimo Alessandro Nidi, pianista, compositore, ispiratore del progetto, sarebbe tecnicamente un recital.

Ma trattandosi di Ovadia è invece un corpo a corpo con la milanesità e la poesia di questo suo e nostro fratello maggiore, che prima e meglio di altri ha saputo rivendicare cose inestimabili come l’orgoglio e la straordinaria normalità del dialetto, l’amore incondizionato per gli esuli e i paria, gli esclusi da ogni banchetto della nostra società, la difesa dei diritti e della dignitas di ogni uomo, di qualunque etnia, credo, orientamento. A partire da quella che ti può dare, quando c’è, il lavoro. Un guardare da maestro dentro l’opera di un altro maestro. E farla propria, mangiandosela tutta, senza infingimenti, per trasformarla in nuovo cibo per l’anima.

Lo spettacolo, in questa versione più intima, senza l’orchestra del debutto ad Asti Teatro, è tutto in proscenio, proteso nel dialogo verso il pubblico. Piccola annotazione. Moni Ovadia non riesce proprio a stonare. E nemmeno ad andare fuori tempo per poi riacciuffarlo in extremis come faceva il funambolico Enzo nei live e anche in alcune studiatissime registrazioni. Compensa questo suo “difetto” con la teatralità, trovando un motivo per ogni canzone che canta, una dozzina in tutto. Da Ti te se no a Sei minuti all’alba, da Vincenzina e la fabbrica (impagabile il rimbrotto a un Marchionne scolaretto ripetente) a M’ann ciamaa, da Il palo a Veronica, da T’ho compraa i calzett de seda (cun la riga nera) a El purtava i scarp del tennis, L’Armando…

Per prepararsi al confronto con il pubblico milanese, lui che parla correntemente otto lingue, è andato a risciacquare i panni in Martesana. Nel senso che è andato “a lezione” da Roberto Marelli, già attore del Teatro Gerolamo, uno che di vernacolo se ne intende. E nel finale, tra gli applausi scroscianti, dichiara anche questo suo debito. Chapeau.

Teatro Elfo Puccini
Corso Buenos Aires 33
fino a domenica 10 gennaio

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