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Matteo Faustini con Nel bene e nel Male: “Credere nelle favole senza mai staccarsi dalla realtà”

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 4 settimane fa
matteo faustini nel bene e nel male
Foto di Irma Ciccarelli

Matteo Faustini, anno 1994, si esibirà su uno dei palchi più importanti e sognati da chi fa musica: il Festival di Sanremo.

Matteo è uno degli interpreti delle nuove proposte di quest’anno e, per farsi conoscere dal grande pubblico, ha scelto il brano “Nel Bene e nel Male”, tratto dall’album “Figli delle Favole” (in uscita il prossimo 7 febbraio).

Intervista a Matteo Faustini

Innanzitutto, come stai?

Mi sento bene, sono molto contento, molto energico e ho tanta voglia di fare! Tantissimo stress, ma è sopportabile in confronto alla gioia!

“Nel bene e nel male” è il brano che presenterai al prossimo Festival di Sanremo. Com’è nato questo pezzo e perché hai scelto lui per il Festival?

Questo brano vuole essere un omaggio alla certezza e all’importanza dell’esserci in tutte le situazioni, non solo quando le cose vanno bene perché in quel caso è facilissimo, ma anche e soprattutto quando vanno male.

In ogni essere umano c’è una parte di bene e una parte di male, ma quante persone sono disposte ad amare entrambe? Poche!

Nel nostro cuore ci sono tante stanze, ma poche persone possono abitarle in modo permanente. È cercare i propri difetti e migliorarli, non solo limitarsi ad accettarli.

Ho scelto proprio questa canzone perché tra tutte quelle che ho scritto è forse una delle più sincere: più nudo di così non posso essere, parlo, sono scoperto, non è quella più radiofonica, non è la più pop, ma è la più vera.

È un brano molto descrittivo, ci sono dei dettagli descritti in modo particolare attento e vai a dare un po’ un’immagine di quello che è il brano. Descrivi quelli che sono i sentimenti, quelli più veri, per esempio c’è la frase “sono stanco di riempire lo stomaco e non il cuore”. Inoltre, ha parlato di stanze, quale non riesci ad esprimere?

In realtà, non c’è nessuna parte per cui faccia fatica ad esprimere perché ogni singola sillaba è stata sofferta ed è stata bella tosta.

La frase che hai citato tu è anche una delle mie preferite perché per tantissimo tempo, quando stavo male, cercavo di rimpinzarmi di cibo e funzionava, ma solo per mezz’ora. Poi non ce la facevo più a mangiare e quindi non sapevo cosa fare e la soluzione è stata scrivere.

Mentre scrivevo mangiavo, un connubio perfetto visto che ha funzionato. Diciamo che sto cercando di riempire più il cuore rispetto allo stomaco.

Fin da piccolo hai partecipato a concorsi musicali. Sanremo, è sempre stato un’aspirazione che hai avuto oppure è un desiderio che hai maturato nel tempo? Quando hai realizzato di voler provare davvero questa esperienza?

Ho fatto tantissimi concorsi soprattutto in provincia di Brescia e in generale in Lombardia, ho fatto parte anche del coro delle voci bianche della Scala di Milano, c’è stato un musical e tantissime esperienze che mi hanno portato dove sono ora e a chi sono ora.

Ho sempre sognato Sanremo, però in modo un po’ “superficiale” perché mi sembrava una cosa talmente grande, così lontana da me. Pensavo: “Ma sì! È lontana, è impossibile arrivarci!”

Invece è possibile, non me lo aspettavo, ma me lo auguravo ed è successo, quindi, sono contento perché mi sento privilegiato per la mia voce.

Ieri sono stato per la prima su quel palco e dicevo “Non piangere! Non piangere! Non piangere! Non piangere!” e intanto ero lì su quel palco. Un regalone.

Quando hai scoperto di esser riuscito ad entrare a Sanremo cosa hai fatto?

La mia faccia era meravigliata e mi sono fiondato contro Amadeus per abbracciarlo. Non me lo aspettavo perché voci di corridoio, poco prima che entrassi, mi avevano detto che non ero passato.

Avevo 39 di febbre, stavo morendo, quindi, giuro che quando mi stava per chiamare stavo pensando “Cavolo mezz’ora fa dovevo prendere l’antibiotico! Sono in ritardo, se passano le 12 ore non riesco a prenderlo!”

Mi ha chiamato e ho detto “Oddio sarà un altro Matteo! Ma non ce n’è! Andiamo!” e allora sono andato è stato bellissimo.

In questi giorni il videoclip è stato riconosciuto come una forma d’arte, volevo un po’ capire cosa pensassi a riguardo anche perché ti sei dedicato al teatro e alla recitazione in passato.

Sì, mi piace tantissimo recitare, soprattutto quelle parti un po’ pazze, un po’ da cattivo perché è divertente, oddio, non sono bravissimo a recitare, però mi ha fatto crescere tanto.

Prima ero timidissimo, il giudizio degli altri pesava tantissimo e mi pesa tantissimo ancora, quindi figurati prima!

Però, quando ti metti in gioco a recitare, a recitare parti dove non ti riconosci, te ne freghi proprio di quello che pensano gli altri, quindi mi ha aiutato a crescere.

Quindi, sì il videoclip esprime l’arte ed è un modo per aiutare ancora di più la musica che altrimenti sarebbe solamente uditiva. Se fatto bene, è molto importante perché da un valore aggiunto!

E come se io ti facessi mangiare un tiramisù con gli occhi chiusi e dici “Caspita che buono!”, però se te lo presento alla “Cracco” fai già “l’amore con gli occhi” ancora prima.

Ti piace già solo guardandolo! Idem col videoclip: non è ancora partita la canzone, non è ancora cominciata, non sono arrivato al ritornello né niente e già ti piace.

Che rapporto hai con i social e quanto e in cosa possono influenzare la musica e la sua produzione?

Sarò sincerissimo, io sono anti-social! Adesso sto cercando di diventarlo un po’ di più, ma perché mi imbarazzo a fare i click, guardarmi e parlare da solo mi fa stranissimo!

Però, è utile perché è un metodo pazzesco per collegarti ad altri esseri umani, a me piace molto la condivisione e con un click tu boom! 100 persone, 200 persone ti ascoltano e ti ascoltano davvero!

E’ molto difficile, ma sto cercando di abituarmi perché è uno strumento molto utile. E sì, un po’ condiziona ed è difficile anche starci dietro, però devi essere bravo tu a gestire e a capire! Sto imparando con la mia piccola bilancina a dare un peso a queste cose.

Devo imparare a dare il peso giusto a questi social però si, condizionano.

Sanremo è un palco un po’ difficile. Qual è la critica che ti farebbe più male da un punto di vista artistico?

“Non mi hai comunicato nulla!” Perché scrivo? Perché mi fa stare bene e voglio dire qualcosa, e se quel qualcosa non arriva, ho perso.

Ci sarà poi un album  “Figli delle favole”.

Per me la cosa più bella del mondo è questo disco. È bellissimo Sanremo, non vedo l’ora, ma io mi identifico nel disco non solo in un brano! “Figli Delle Favole”, è il titolo dell’album, e non vedo l’ora che la gente lo ascolti!

C’è un concetto dietro: mi reputo un figlio delle favole, amo follemente la Disney e le fiabe e tutto quello che le riguardano, mi hanno insegnato tantissimo e mi piace il modo in cui insegnano.

Io ho bisogno di parole molto semplici quando mi vengono spiegate le cose e quindi ho utilizzato moltissime metafore della Disney per trasmettere determinati valori e contenuti nei quali credo tantissimo. In particolare, nel brano che dà il titolo all’album ci sono circa 36 citazioni ed è bellissimo.

Io “voglio bene” alle fiabe: mi sono spesso rintanato in loro perché avevo paura di affrontare il mondo reale e non volevo mai mettermi in gioco.

Ho cominciato da poco a cercare di portare il sorriso dei bimbi sperduti nel nostro pianeta perché alla fine il pianeta del tesoro è questo.

Quindi, qual è il filo conduttore di questo album?

Il fatto di credere nelle favole senza mai staccarsi dalla realtà e cercare di portare i valori e la spensieratezza che ci sono nelle favole nel nostro mondo perché è possibile!

Attraverso le favole parlo di bullismo, di omicidio, di amore, di musica, di tantissimi temi e per me la vera forza è questa perché le favole hanno un potere comunicativo gigantesco e, se messi sotto una chiave musicale moderna, hanno davvero un potere, sono davvero un veicolo indifferente.

 Artisticamente, qual è il tuo punto di forza?

La sincerità, più sincero di così nei brani non posso essere!

Nel senso se, quando ascolterai il disco, mi metto nudo senza usare metafore proprio perché volevo essere sincero il più possibile. Se vuoi comunicare dei concetti devi essere davvero te stesso!

Quindi, ho cercato di essere più vero possibile nello scrivere e nel dire quello che penso, quello che ho provato. Avere meno maschere possibili.

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