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La grande bellezza recensione: com’è amara la dolce vita di Sorrentino

Toni Servillo conquista dalla prima apparizione sullo schermo, mentre si gira lento verso lo spettatore al ritmo dance di A far l’amore della Carrà, una sigaretta fra le labbra, un sorriso che è un ghigno sulla faccia di plastica.

Cinque anni dopo Il Divo, l’attore napoletano torna a lavorare con Paolo Sorrentino in La grande bellezza, presentato ieri fra gli applausi della critica al 66° Festival di Cannes e in uscita nelle sale oggi, 21 maggio.

Tagliente, disilluso, ironico e sciupafemmine: Servillo è Jep Gambardella, un giornalista 65enne trasferitosi a Roma da ragazzo e diventato il re dei mondani, perso fra le feste della borghesia romana a base di cocaina, alcool e sesso.

Ma Gambardella è stato anche uno scrittore: quaranta anni prima ha vinto il Premio Bancarella con il suo unico libro, L’apparato umano, per poi arrendersi al foglio bianco.

Protagonista del vortice della mondanità, Jep si muove perfettamente a suo agio in un girone dantesco di personaggi decadenti e caricaturali: cinquantenni che giocano a farsi autoscatti erotici da postare su Facebook, prelati che dispensano solo consigli di cucina e mai spirituali, parvenu, intellettuali snob che danno giudizi tagliati con l’accetta, mariti e mogli prigionieri di rapporti morti cui non resta che tradire per sentirsi vivi, attrici sfatte che combattono il tempo a colpi di botox, nobili decaduti, spogliarelliste quarantenni. Nuovi mostri con la vita devastata che si trincerano dietro le bugie della rispettabilità e trenini a ritmo di samba così belli “perché non portano da nessuna parte”: La grande bellezza ci propone un ritratto impietoso dell’Italia che siamo alternando, in 140 minuti forse non tutti indispensabili, scene di grandissima amarezza a momenti di bellezza superba, quella di Roma.

Sì, perché assieme a Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Isabella Ferrari, coprotagonista silenziosa del film di Sorrentino è la Città Eterna, con le sue fontane, i palazzi, il silenzio dei chiostri e dei giardini dove giocano i bambini, le voci severe delle suore, lo stridio dei gabbiani e il cielo chiaro, all’alba, sul Lungotevere.

Mentre Sorrentino omaggia la Capitale e i suoi tesori, Jep si lascia prendere dalla nostalgia, l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, fino a che un incontro dal passato lo riporterà alle sue radici.

Se La grande bellezza può vantare dialoghi estremamente divertenti e molto intelligenti, immagini bellissime e un Servillo in stato di grazia, il limite del film è sicuramente la trama: affollata di troppi personaggi non sempre funzionali alla vicenda, tratteggiati a pennellate rapide nell’urgenza di restituire un affresco collettivo, è stata inutilmente resa ridondante dai troppi intrecci narrativi.

Nonostante questa frammentarietà, La grande bellezza resta un film assolutamente da vedere, per riflettere e commuoversi.

Il nostro voto: 8+

Una frase: “Ma tu che lavoro fai?”

“Io? Sono ricca.”

“Bellissimo lavoro.”

Per chi: Per chi è alla ricerca di incostanti, sparuti sprazzi di bellezza sotto il chiacchiericcio che copre il nostro imbarazzo di stare al mondo

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