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La Sicilia di Camilleri sul palco con Moni Ovadia: la nostra recensione de Il Casellante

Paolo CrespiPaolo Crespi 2 anni fa
Il Casellante

Il Casellante

Il Casellante, in scena al Teatro Carcano di Milano fino al 5 febbraio, è uno degli spettacoli da vedere di questa stagione, per una serie di ragioni che proverò brevemente a riassumere.

Il romanzo di Andrea Camilleri da cui prende le mosse (con la complicità dello stesso autore) la trasposizione di Giuseppe Dipasquale, che firma anche scene e regia, è uno dei più spassosi e insieme commoventi dello scrittore siciliano, arcinoto per la saga di Montalbano. Seconda tappa del suo ciclo “mitologico” (fra Maruzza Musumeci e Il sonaglio), parla al cuore del lettore e dello spettatore – in una lingua terza, sperimentale, sorta di ponte fra l’italiano e il dialetto della sua terra: è il vigatese, dal nome della località immaginaria in cui sono ambientate quasi tutte le storie –, di cose maledettamente serie come la guerra, il fascismo, l’amore, la brutalità, il femminicidio, la maternità negata, la solidarietà.

Lo spettacolo odierno è interpretato magistralmente da Moni Ovadia, che è il narratore (oltre che il barbiere, il giudice, un gerarca, il ferroviere autore della violenza sessuale e perfino la “mammana” del paese), da Mario Incudine nel ruolo del titolo e da Valeria Contadino, nei panni dolenti di Minica, la moglie incinta del casellante vittima di un abuso che la condanna alla sterilità e alla follia (naturalmente ha perso il bimbo). Si tratta una perfetta macchina drammaturgica che nell’inevitabile sintesi trasforma, ma non snatura, il racconto di Camilleri e lo arricchisce invece dei suoni e dei colori evocati in ogni pagina: sono il sale della rappresentazione di una microsocietà che conserva alcuni tratti arcaici e ritualizza, esorcizzandolo, ogni accadimento, lieto o tragico che sia. Il casellante Nino Zarcuto, oltre a sorvegliare l’andirivieni dei (rari) treni che attraversano la provincia siciliana nei primi Anni ’40 del secolo scorso, è un bravo cantore e suonatore che arrotonda lo stipendio duettando con il compare Totò (Giampaolo Romania) nel negozio di barberia – una vera istituzione maschile, sopravvissuta fino ai giorni nostri, al pari del “pub” nei paesi anglosassoni – di Don Amedeo (Ovadia), frequentato anche da Don Simone (Sergio Seminara), influente capomafia locale, manovratore e garante, nel bene e nel male, di tutte le vicende locali.

La musica ha di conseguenza una funzione primaria in questo spettacolo corale, dal ritmo serrato, in cui il “prim’attore” si mette generosamente al servizio della narrazione, interpretando con sorprendenti cambi di voce anche ruoli secondari e facendo emergere il talento, davvero notevole, dei suoi compagni di strada. Eseguita dal vivo con l’apporto dei musicisti Antonio Vasta e Antonio Putzu (in scena anche in qualità di avventori o carabinieri), la “colonna sonora” del Casellante è a cura dello stesso Mario Incudine, valente cantante, attore, polistrumentista e abile ripropositore del “cunto”: comprende canzoni originali, brani tradizionali e persino qualche inno dell’era fascista riciclato pericolosamente (data la permalosità del regime) in polka, marcetta o mazurca.

Anche il fondale materico, il carrello-triciclo che domina la scena richiamando un intero mondo di binari e traversine e i bellissimi costumi (di Elisa Savi) contribuiscono con una sapiente illuminazione a scandire il tempo interiore di questa favola agrodolce. La metamorfosi vegetale di Minica, madre mancata, sembra precipitarla definitivamente nel baratro, contagioso, della pazzia. Ma una prodigiosa agnizione, frutto benigno e insperato di quel male assoluto che è la guerra, rimescola improvvisamente le carte, cambiando sul finale le sorti dei protagonisti.

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