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Cha cha cha recensione: Luca Argentero è il detective Corso nell’ultimo film di Risi

Dopo Fortapàsc del 2009, Marco Risi torna alla regia con Cha Cha Cha, il noir sceneggiato assieme ad Andrea Muratori e Jim Carrington nelle sale da giovedì 20 giugno.

Sotto il cielo perennemente coperto della Roma degli intrighi, degli affari sporchi e delle intercettazioni, l’ex poliziotto e ora investigatore privato Corso (Luca Argentero) indaga sulla morte in un incidente del figlio di Michelle (Eva Herzigova), l’ex modella con cui ha avuto una relazione anni prima. La donna è legata da tempo all’avvocato Argento (Pippo Delbono), un uomo ricco e potente che si muove nell’ombra e decide le sorti del Paese.

Corso non è convinto che lo schianto in cui il ragazzo ha perso la vita sia stato accidentale e comincia a fare troppe domande mentre l’ispettore Torre (Claudio Amendola), suo ex collega, indaga sullo stesso caso. Lo stesso giorno della morte di Tommy viene ritrovato il cadavere dell’ingegner Manca che avrebbe dovuto dare il via all’appalto per un mega centro commerciale nei pressi dell’aeroporto: tra i due casi c’è un collegamento insospettabile…

Dopo La grande bellezza, Roma è di nuovo protagonista. Ma questa volta le feste sulle terrazze e lo sfarzo dei salotti rimangono sullo sfondo, fagocitate dal buio della Capitale rischiarato solo dai fari delle auto che percorrono la periferia, fra prostitute e paninari: Cha Cha Cha avvolge lo spettatore con le sue atmosfere da giallo anni Quaranta fra i contrasti di luce tra le notti profonde e gli interni luminosi, a volte abbacinanti e tiene un ritmo coinvolgente per tutti i suoi 90’.

In un gioco di chiaroscuri, prende vita il personaggio di Corso: un cavaliere urbano e solitario il cui unico compagno è Ugo, un carlino senza una zampa. L’ex poliziotto rifiuta il compromesso morale, schiva pugni e pallottole, si fa ricucire senza anestesia e si allena a boxe con un sacco in casa, come il pm Guerrieri di Gianrico Carofiglio.

Sempre più bravo Luca Argentero: puntuale, senza sbavature sembra aver raggiunto una solidità tale da mettere in ombra in più di una scena Claudio Amendola. Il regista ama questo personaggio, ed è evidente: ha anche vestito il suo eroe di un mantello speciale, il cappotto di suo padre. Non manca però una inaspettata scena di nudo full frontal.

Sorprendentemente calata nella parte della madre addolorata e piena di sensi di colpa Eva Herzigova, più stereotipato e prevedibile nel suo doppiopetto gessato il personaggio dell’avvocato Argento, affidato a Pippo Delbono.

Chiare le allusioni ai poteri forti e agli interessi che muovono l’Italia, sullo sfondo rimane la gente comune con i suoi problemi e i momenti di anestesia collettiva delle coscienze, come le gare di cha cha cha per dilettanti.

Il nostro voto: 7+

Una frase: Torre a Corso: “Io sono lo Stato, tu sei niente!”

Per chi: per gli amanti del noir con i suoi eroi solitari