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Verona non è solo Giulietta: 5 luoghi segreti da non perdere

Beatrice Curti 10 mesi fa
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Nelle ultime settimane Verona è balzata agli onori della cronaca per un primato negativo: la Casa di Giulietta, tra i luoghi forse più famosi della città, è l’attrazione turistica “più deludente” d’Italia. Code troppo lunghe a fronte di poco da vedere. Queste sono le critiche principali mosse dagli utenti di TripAdvisor e raccolte dal sito Preply, verso il cortile di via Cappello 23, dove la tradizione (e una lungimirante operazione di marketing) colloca la casa di Giulietta Capuleti, con tanto di balcone e statua della sfortunata innamorata shakespeariana.

Ma Verona è molto più che lo scenario di un dramma teatrale. È una città ricca di storia, tradizione e cultura. Nonostante sia sempre più preda del turismo di massa, la città scaligera nasconde ancora qualche segreto, perfetto da sfoderare durante la vostra prossima visita per stupire i compagni di viaggio. Vediamo allora cinque luoghi nascosti di Verona, e altrettante storie da scoprire passeggiando tra i vicoli del centro!

Una costola misteriosa

L’Arco della Costa.
Foto di Beatrice Curti

Chiunque sia passato da Verona almeno una volta è stato in Piazza Erbe, uno dei luoghi più caratteristici del centro cittadino. Osservando Palazzo Maffei, lo splendido edificio seicentesco che oggi ospita le opere della collezione Carlon, alla destra della piazza troviamo un arco che conduce in piazza dei Signori, dove si trovavano i palazzi dell’amministrazione e della giustizia scaligera.

Ma non è sui meravigliosi edifici medioevali e rinascimentali che vogliamo attirare l’attenzione, ma su un particolare: dalla volta dell’arco che congiunge le due piazze pende un grande osso. Sulla sua origine sono fioccate le leggende: c’è chi dice che sia un fossile di ittiosauro portato a Verona dalla Terra Santa durante le Crociate, mentre altri parlano addirittura della costola di un drago che infestava la vicina Lessinia.

La soluzione più plausibile a questo mistero è che si tratti di una costa di balena, usato come curiosa insegna dagli speziali che avevano le proprie botteghe sotto l’arco. La polvere di osso di balena era infatti usata per rimedi curativi. Le botteghe sono ormai scomparse, ma la costola mantiene il suo posto ormai dal Settecento.

Il piccolo Mozart a San Tomaso

La piccola chiesa di San Tomaso, posta in posizione leggermente decentrata rispetto al centro storico, ha una storia piuttosto travagliata. Iniziata durante il Medioevo, ci vollero diversi secoli per completarla, a causa di difficoltà economiche e delle numerose piene del vicino Adige. Con la conquista napoleonica la chiesa venne sequestrata e diventò prima ospedale e poi carcere di guarnigione. Solo con l’annessione del Veneto all’Italia, San Tomaso ritornò ad essere luogo di culto.

Gli interni della chiesa sono piuttosto tetri, nonostante spicchino ottimi dipinti seicenteschi di scuola veneta e le tombe di due grandi veronesi: l’architetto Michele Sanmicheli e l’educatore Don Nicola Mazza. Ad attirare subito l’attenzione è il maestoso organo a canne alla sinistra dell’altare, costruito nel 1716 da Giuseppe Bonatti. Qui, il 7 gennaio 1770 un tredicenne Wolfgang Amadeus Mozart suonò per il numeroso pubblico radunato nella chiesa, attirato dalla fama del piccolo prodigio austriaco, che in quegli anni era accompagnato dal padre in un vero e proprio tour europeo.

Il giovane Mozart era un ragazzo irruento e vivace, come tutti gli adolescenti, e anche in occasione del suo concerto a Verona fece una piccola marachella: con un coltellino incise le sue iniziali sulla cassa dell’organo, che ancora oggi fanno mostra di sé come testimonianza del passaggio del più grande compositore del Settecento.

I segni dell’Adige

Una delle targhe con l’altezza raggiunta dall’Adige il 17 settembre 1882

Passeggiando per Verona si possono notare diverse targhe molto particolari: riportano solo una riga e una didascalia molto stringata “Adige 17 settembre 1882”. Si tratta di indicazioni altimetriche del livello dell’Adige raggiunto durante la più tragica alluvione accaduta a Verona, che provocò 11 morti e la distruzione di moltissime abitazioni, oltre che il crollo di ponte Nuovo e ponte Aleardi. Non fu però l’unica.

Nel corso della storia millenaria di Verona ci furono moltissime inondazioni; le più devastanti restano nella memoria collettiva grazie alle targhe diffuse per la città. La più vecchia si trova sulla chiesa di Santo Stefano e ricorda l’alluvione del 1195, mentre alcuni graffiti all’interno di San Zeno raccontano l’inondazione del 1239. Altre targhe cittadine segnano l’altezza che il fiume raggiunse nel 1835 e nel 1868.

Fu dopo la tragedia del 1882 che vennero costruiti i muraglioni che oggi controllano lo scorrere del fiume, che cambiarono radicalmente l’aspetto del centro cittadino, eliminando i numerosi mulini e il canale detto dell’Acqua Morta.

La leggenda di Isolina

Una fredda mattina di gennaio Maria Menapace e Luigia Marconcini, due giovani lavandaie, scendono sul greto dell’Adige per lavare i panni. La nebbia gelida sale dal fiume, mentre le due donne sfregano con forza le lenzuola sulle assi per sentire meno il freddo. In un momento di pausa le donne alzano le schiene doloranti dal lavoro per togliere le mani dall’acqua fredda. In quel momento notano uno strano sacco incastrato tra le canne del greto. “Saranno scarti di carne, per frodare il dazio” pensano. Ma una volta aperto il sacco quello che trovano è sì carne, ma umana.

Sono i resti fatti a pezzi di Isolina Canuti, una popolana di 19 anni, incinta. È il 16 gennaio 1900 e Verona si appassiona subito alla macabra storia, soprattutto perché al corpo della giovane manca la testa, ritrovata dopo quasi un anno all’altezza di Ronco all’Adige. Le indagini si concentrano subito sul giovane tenente Carlo Trivulzio, pensionante in casa Canuti e amante della ragazza. L’uomo, di ottima famiglia e stimato dai commilitoni, nega ogni accusa e viene presto lasciato in pace dalle autorità.

In quegli anni Verona era assiduamente frequentata dalle guarnigioni militari, che facevano il bello e cattivo tempo in città, anche con prevaricazioni e minacce, soprattutto verso le donne, specie se giovani e povere. In questo clima fare giustizia per Isolina era quasi impossibile, senonché Mario Todeschini, coraggioso giornalista e deputato decide di vederci chiaro, mettendo sotto torchio Trivulzio e scoprendo la verità.

Isolina era rimasta incinta dell’uomo, che ovviamente non aveva alcun interesse a sposarla, meno che mai a mantenerne il figlio. Fu così che la costrinse all’aborto, praticato al tempo dalle mammane che operavano sui tavolacci al primo piano dell’osteria di Vicolo Chiodo, stretta traversa di via Cavour, l’elegante viale che da Castelvecchio conduce a Porta Borsari. La ragazza morì sotto i ferri, come tanto spesso accadeva. Il cadavere venne allora fatto a pezzi e buttato nel fiume, con la speranza di cancellare ogni traccia del delitto.

Per difendere l’onore del rampollo Trivulzio, i suoi avvocati convincono il giudice che Isolina era una ragazza leggera, una “che se l’è cercata”, che si è fatta mettere incinta di proposito per incastrare un ricco uomo perbene. Fu così che non solo lo spregiudicato tenente venne assolto, ma Todeschini, colui che riuscì a riaprire le indagini e fare un nuovo processo, venne condannato per diffamazione a 23 mesi di carcere!

Quello che rimane ora a ricordo della triste vicenda di Isolina è un profilo femminile, incastonato alla parete di Vicolo Chiodo, proprio dove sorgeva la famigerata osteria del delitto. Si tratta realisticamente di un rilievo di epoca romana, ma che per il popolo da allora ha rappresentato una tomba simbolica, l’unico luogo dove poter piangere la tragica sorte di una giovane ragazza, troppo simile a quella di molte sue coetanee di ogni tempo.

Il ghetto di Verona

Le case del ghetto (a sinistra) viste da Piazza Erbe

Oggi, delle porte che delimitavano il ghetto di Verona rimane una striscia in ottone sulla pavimentazione di via Mazzini, la strada dello shopping veronese. Attraversato quel confine si entra nell’antico quartiere ebraico, stretto tra Piazza Erbe e via Pellicciai. Istituito nel Seicento dal vescovo Valerio, il ghetto di Verona ospitava anche molte famiglie veneziane, fuggite dalle persecuzioni e qui arrivate per proseguire i loro commerci nella Serenissima.

La comunità ebraica veronese commerciava soprattutto nella sartoria e nella vendita di stoffe, oltre che nella storica professione del prestito. Verona era una delle città in cui gli ebrei erano meglio integrati, arrivando a contare 1400 appartenenti alla comunità ai primi dell’Ottocento, quando il ghetto venne aperto. Ancora oggi qui si trova la sinagoga, recentemente restaurata, insieme alla scuola ebraica veronese.

Le case ebraiche affacciate su Piazza Erbe sono facili da riconoscere: per limitare l’espansione del quartiere venne vietata la costruzione di nuovi edifici per le famiglie ebree, che doverono così accontentarsi dello spazio loro assegnato espandendosi verso l’alto. Sono nate così quelle casette curiose, alte e strette, incastrate tra gli edifici della piazza. Camminare tra i vicoletti del ghetto è un’esperienza che porta le lancette indietro di secoli, quando qui scorreva la vita di una comunità unita e laboriosa.