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Ylenia Lucisano: “Spero di avere un pubblico come quello di De Gregori”

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 2 settimane fa
Ylenia Lucisano
Foto di Daniele Barraco

Ylenia Lucisano presenterà il suo nuovo album “Punta da un chiodo in un campo di papaveri” il 12 giugno alla Mondadori di Piazza Duomo di Milano a partire dalle ore 18:30.

Anticipato dal singolo “Non mi pento”, il disco è stato prodotto da Taketo Gohara e distribuito da Universal Music ed è dedicato a Francesco De Gregori.

Il cantautore romano, che ha particolarmente apprezzato il brano “Mentre fuori sta piovendo”, ha voluto Ylenia Lucisano in apertura in due concerti del Vivavoce Tour e l’ha richiamata come opening act di uno dei concerti di Off the record. 

Non solo, Ylenia Lucisano è stata tra i protagonisti del Concerto del Primo Maggio a Roma, in qualità di artista premiata da Doc Live per avviare un percorso di collaborazione di un anno.

Ylenia Lucisano si esibirà con una serie di showcase in tutta Italia per presentare i nuovi brani, ecco le date:

  • 8 giugno a Comacchio – FE (Porto Garibaldi c/o Comacchio Beach Festival)
  • 12 giugno a Milano (Mondadori Megastore Piazza Duomo)
  • 21 giugno a Terni (Festa Europea della Musica – Spazi Caos c/o Fat Art Club)
  • 22 giugno a Milano (Festival Contaminafro)
  • 29 giugno a Sulzano – BS (Albori Music Festival)
  • 27 giugno a Roma (Festival Femminile Plurale ideato da Michele Monina e Tosca c/o Officina Pasolini)

La nostra intervista a Ylenia Lucisano

Come sei arrivata a questo album, cosa c’è dietro a questi 11 inediti?

C’è molta crescita personale, la voglia di mettersi in gioco e di ricercare una propria identità musicale: è questo il lavoro che è stato fatto in due anni.

Ci siamo presi il tempo in un momento in cui nella musica sembra non essercene perché si vuole avere tutto molto velocemente, correndo dietro a qualcosa che poi non esiste.

Contrariamente, ho voluto dare un’importanza al tempo che ho dedicato a questo disco, senza seguire le “mode” del momento perché queste non mi rappresentano.

Inoltre, ho avuto la possibilità di lavorare con molti musicisti e autori vicini al mondo del cantautorato (per esempio alcuni suonano con Vinicio Capossela): si è creata un’atmosfera totalmente diversa rispetto al “mordi e fuggi” di oggi.

Sono sempre stata innamorata dei grandi cantautori italiani, mi sono rivista nelle loro storie, nel loro percorso di vita e non voglio diventare la pop star della situazione, quindi il mio percorso è un altro e faccio quello che mi sento e rende bene su di me.

È questo il retroscena del disco “Punta da un chiodo in un campo di papaveri”: nessuna fretta e senza pensare al singolo radiofonico, anche perché poi è tutto relativo.

Ho voluto mettere verità in queste canzoni.

Com’è cambiata la tua scrittura rispetto ai primi testi?

La vita cambia in 5 anni, di conseguenza è diverso il modo di vedere, il modo di pensare, le priorità e quindi lo scrivere e raccontare gli avvenimenti e le emozioni.

Le esperienze che ho fatto sono state tante e ho conosciuto tanta gente che mi ha aperto la mente, ispirata e indirizzata, quindi sono stata molto fortunata: la crescita in noi avviene sempre grazie agli altri, mai da soli.

Hai un modo di cantare molto particolare. 

Non ho mai avuto la tendenza ad urlare e preferisco mantenere un timbro caldo, anche se questo è un po’ in controtendenza (basta guardare il mondo dei talent).

Nella musica italiana ci sono molte “urlatrici” e questa tendenza si sta perdendo perché si è capito che in realtà per mandare un messaggio, per cantare una canzone non c’è bisogno di urlare: proprio come hanno fatto i cantautori.

È importante come si comunica e la vita quotidiana ne è un esempio: se uno urla, l’altro non ascolta, anzi è infastidito, mentre se si parla con calma e con un tono pacato, dando peso ad ogni parola, il messaggio arriva.

È questo il concetto del mio modo di cantare, inoltre è un continuo studio, non si smette mai, come un calciatore che si allena sempre.

Il mio vocal coach è Maurizio Zappatini (lo stesso di Elisa, Ligabue, Renga): con lui ho lavorato su alcune lacune, capito altri lati della mia vocalità e, soprattutto, mi allena per aumentare la prestazione durante i live.

Inoltre, tra le cose che più apprezzo di Maurizio Zappatini è che non interviene mai nella parte dell’interpretazione (a meno che non ci sia veramente bisogno) perchè quella è assolutamente personale.

In quale genere ti collocheresti e di chi ti senti “collega”?

Non voglio collocarmi in nessun genere perché ci sono tante contaminazioni sia a livello di testi che musicale, per esempio c’è del blues, c’è la musica cantautorale, il folk.

Mi sembra “limitativo” circoscrivermi in un unico genere perché magari fra un tre anni farò un disco completamente diverso musicalmente. Ho tanti riferimenti di artisti che adoro, che seguo, ma non mi sento uguale a niente o nessuno.

Definirei la mia musica “world music” perché davvero ci sono tante contaminazioni che si mescolano.

Chi ascolti solitamente?

Ascolto Cremonini, Calcutta, mi piace Giovanni Truppi e molti altri, poi dipende dal periodo perché non c’è l’artista “che seguo sempre”: una volta che l’autore mi ha dato quello che cerco, va bene.

Diversamente, però, se parliamo di Francesco De Gregori: lui è al di là di ogni classifica, è assoluto e rimane lì.

Di De Gregori hai aperto due concerti del “Vivavoce Tour” e sei stata opening act di uno dei concerti di “Off the record”. Come l’hai vissuta questa esperienza di salire sullo stesso palco di uno dei più grandi e condividere per qualche brano il suo pubblico?

Il fatto di condividere un pubblico che era lì per Francesco De Gregori è stata la sfida più grande: riuscire ad arrivare a gente abituata alle emozioni della musica di De Gregori.

Quindi, vedere un luccichio negli occhi di quelle persone per me è stato un grande traguardo perché è il tipo di pubblico che un domani vorrei io: gente attenta alla musica, alle emozioni. Questo è quello che col tempo, con gli anni, con lavoro vorrei raggiungere.

Inoltre, sono contenta del fatto che Francesco De Gregori mi abbia dato la fiducia di poter salire sul suo palco, una bellissima responsabilità.

Cosa ti ha dato artisticamente e cosa umanamente, Francesco De Gregori?

Vorrei imparare a liberarmi, a scrivere proprio come fa lui: ho sempre letto i suoi testi e cercato di capire, di cogliere il significato.

Quindi, sicuramente mi ha segnato molto la sua storia ed il suo modo di essere un po’ “impostato”, ma se n’è sempre fregato perché lui era ed è lui.

Avendolo conosciuto, ho sfatato il mito di lui come persona scontrosa, anzi è simpatico, ha sempre la battuta pronta, sa stare in mezzo alla gente mantenendo sempre quell’alone di miticità, rimanendo ad un metro da terra, ha un grande carisma (questo o ce l’hai o non ce l’hai).

Alla fine, la forza dei cantautori è essere molto introversi perché è questa caratteristica che gli permette di scrivere delle belle canzoni, musica vera.

Cosa intendi, quali sono le caratteristiche che rendono la musica “vera”?

È estremamente soggettivo, ovviamente. Secondo me, la musica vera è quella che nasce dalle mani dei musicisti, non da un computer e suoni campionati.

Infatti, per il mio disco ho voluto proprio questo: ci sono moltissimi strumenti, dal pianoforte al quintetto d’ archi ed è tutto suonato dal vivo, non c’è stato niente di finto o di computerizzato.

Ogni musicista che è entrato in studio ci ha messo del suo, ci sono le proprie emozioni per quello ciò che ha suonato è vero.

Questo disco nasce da una mia verità trasmessa attraverso le canzoni e non c’è molto da dire perché si capisce che non è un album con “secondi fini”: quando l’ascolti per la prima volta ti dà delle sensazioni, al secondo ascolto delle altre e così via perché ci sono delle riflessioni.

Non a caso tutti i brani sono nati con chitarra e voce.

Anche tu sei un’ artista e quindi comunichi con la tua musica. Quale brano di questo album è più rappresentativo?

Secondo me è “Meraviglia” perché racchiude tutto il significato del disco (che vuole meravigliare) ed è qualcosa che non ci permettiamo più di fare ormai: meravigliarci delle piccole cose, della semplicità della vita.

Bisognerebbe darci il tempo di percepire quello che ci sta arrivando dall’esterno (non essere sempre chiusi e porre un muro davanti) e soprattutto di quello che ci arriva da dentro, a cui non diamo veramente più sfogo.

È la parola chiave di questo disco.

C’è qualcosa che non riesci ancora a comunicare con la tua musica?

Forse faccio fatica a parlare d’amore perché molto spesso risultiamo banali quando se ne parla perché ormai sembra essere stato detto tutto e in tutti i modi.

Quindi, trovare una forma originale per parlare d’amore è molto difficile, non a caso nel disco c’è solo una canzone che ne parla ed è “Mentre fuori sta piovendo”.

Musica a Milano

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