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Una notte da leoni 3 recensione: finisce tutto qui, sottotono. Forse

Una notte da leoni senza una notte da leoni: è proprio l’hangover a mancare nel terzo e conclusivo capitolo della saga di Todd Phillips.

Era il 2009 quando il primo episodio ambientato a Las Vegas diventava un cult movie, incassando quasi 460 milioni di dollari al botteghino; due anni dopo il sequel thailandese mostrava già qualche smagliatura nel meccanismo di una trama che si era rivelata assolutamente vincente: un matrimonio da celebrare, un addio al celibato tra droghe, alcool e sesso, gli amici del branco che si ritrovano, senza ricordare nulla, in una situazione assurda pronti a ricostruire quanto accaduto in un mare di peripezie. Risate garantite, spettatori con le lacrime agli occhi.

Più che su una perdita di memoria, invece, l’ultimo capitolo insiste sulla chiarezza ricostruendo e legando fatti accaduti nel primo e nel secondo episodio.

L’inizio del film, con Alan che porta in giro a velocità folle una giraffa sull’autostrada, sembra promettere le solite scene esilaranti, ma stavolta è diverso: per Phil (Bradley Cooper), Stu (Ed Helms) e Doug (Justin Bartha) il motivo del viaggio è la crisi di mezz’età dello stesso Alan (Zach Galifianakis), che i suoi amici vogliono far ricoverare in un centro di igiene mentale.

Con grande sorpresa di tutti e quattro, però, il road trip verso la guarigione dell’irresistibile bambinone quarantatreenne coincide con un altro evento memorabile che avviene dall’altra parte del mondo: Leslie Chow (Ken Jeong) esce da una prigione di massima sicurezza, una fuga rocambolesca fra il cemento e le fogne che è un omaggio a Le ali della libertà e Il fuggitivo. Ed è proprio il malsano rapporto da Chow e Alan il motore della storia in cui persino il “capobranco”, Phil, sembra ormai essere ridotto al ruolo di gregario; non manca un nuovo ingresso fra i personaggi: il cattivissimo Marshall, interpretato da John Goodman, che pretende indietro un ricco bottino che Chow gli ha sottratto anni prima.

Una notte da leoni 3 può vantare gag divertenti, personaggi che ormai il pubblico ha imparato ad amare –da Stu, il dentista costantemente nel panico (come dimenticare la celebre frase “C’è un demone in me”?) a Doug, il cui destino sembra essere quello di essere perso, rapito o rinchiuso- e un budget da colossal eppure delude semplicemente perché non è quello che lo spettatore si aspetta.

Avete amato i primi due film e per nessuna ragione perdereste l’ultimo episodio nelle sale da stasera 30 maggio?

Un consiglio per voi: non abbiate fretta di alzarvi dalle poltroncine e gustatevi le ultime scene, vi sorprenderanno.

Il nostro voto: 5 e mezzo

Una frase:

Padre di Alan: “Meditabondo? Dove hai imparato questa parola?”

Alan: “A ruzzle con gli amici”

Padre di Alan: “Quali amici?”

Alan: “Li puoi scegliere random”

Per chi: per chi ha ama le avventure del branco

 

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