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Una donna fantastica: trailer e recensione del nuovo film di Sebastián Lelio

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Dopo la bella sorpresa costituita da Gloria, risalente al 2013, il regista cileno Sebastian Lelio torna al cinema con Una donna fantastica, in uscita il 19 ottobre, una pellicola che vede nuovamente protagonista una donna forte di cui vengono esplorate le fragilità, sia interne che derivanti dalle aspettative e imposizioni di una certa parte della società. O “quasi”, ed è proprio questa specifica a costituire il punto nodale del film.

Marina è infatti nata uomo, ma sta affrontando il periodo di transizione per arrivare a sentirsi pienamente una donna. Una trans, si direbbe in maniera inappropriata, per quanto questo non sarà l’epiteto più offensivo con cui si sentirà chiamata la protagonista durante lo svolgimento della storia. Marina fa la cameriera, prende lezioni di canto, si esibisce in un club, e ha una relazione felice con l’imprenditore tessile Orlando, che purtroppo viene stroncata da un improvviso malore di questi, un uomo di mezza età.

È a questo punto, a partire dalla sua corsa al pronto soccorso e dalle successive domande che le vengono poste, che per la donna inizia una vera e propria via crucis: la famiglia di Orlando, inclusa la moglie, non ha infatti mai accettato la relazione tra i due, nonostante l’uomo non avesse difficoltà a viverla alla luce del sole.

Il film dunque non è che la cronaca dei difficili rapporti tra Marina e le tante figure umane e istituzionali (la polizia e i medici) che in un modo o nell’altro, con atteggiamenti velati o espliciti, tendono a far sentire Marina un mostro, un errore, una macchia da nascondere. Marina è una donna forte, probabilmente è stata costretta a diventarlo, ma vedersi crollare all’improvviso il mondo addosso (situazione che comporta anche la perdita della casa e dell’amato cane) la costringe a doversi confrontare con una realtà pronta a crocifiggerla per la semplice rivendicazione di voler essere considerata un essere umano.

Purtroppo però il film di Sebastain Lelio si ferma alla superficie di un tema di una storia di grande interesse, preferendo dare largo spazio alla denuncia sociale (alquanto scontata, seppur lodevole) invece che focalizzarsi sulla resa del mondo interiore di Marina. Diversamente da quanto avveniva in Gloria, in cui la vitalità anche “forzata” della protagonista dava un incredibile respiro e dinamismo all’opera, che deflagrava nella scena finale del ballo in discoteca, Una donna fantastica risente di una zavorra che non gli consente di spiccare il volo (come succede in uno dei sogni – fantasie della protagonista).

Il paragone con Gloria non è affatto casuale, in quanto la struttura e la messa in scena sono molto simili: Lelio segue passo passo una donna alle prese con una grande crisi nella sua vita, ne vuole trasmettere sensazioni ed emozioni mantenendosi però a un livello di indagine fenomenica oggettiva (a parte per sparuti momenti più surreali), ma fallisce nel momento in cui deve forzare la mano per far scaturire la drammaticità della storia di Marina. Come se per paura del melodramma il regista avesse tirato il freno a mano, preferendo raggelare una materia che non può essere neanche tragica, non avendone la statura, anche a causa dell’interpretazione della protagonista Daniela Vega, davvero troppo trattenuta e incapace di suscitare una risposta empatica.

A tutto ciò si deve aggiungere una certa pigrizia nel campo delle idee visive ad alto tasso metaforico, con un gran quantità di inquadrature in cui gli specchi (l’incertezza dell’identità) e la boxe (la combattività) la fanno da padrona, sfociando in una retorica di scarso impatto perché già vista e sentita; allo stesso traguardo contribuiscono alcune canzoni piuttosto scontate poste nel momento più banale, cui invece fa da contraltare una colonna sonora a cura di Matthew Herbert che tende a creare un senso di mistero e di sospensione fantastica persino quando la vicenda è oltremodo quotidiana.

Quello di Una donna fantastica sembra essere un esperimento riuscito solo a metà, dove qualche buona intuizione si perde in un impianto narrativo che non affonda quando dovrebbe la lama di un ipotetico coltello sentimentale, limitandosi invece ad applicare dei punti di sutura su una ferita che rimane sempre superficiale e non fa mai davvero male.

Voto: 6

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