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Skianto: la recensione del nuovo spettacolo di Filippo Timi

AvatarMarco Valerio 6 anni fa

skianto“C’era una volta…un Re, direte voi. No, avete sbagliato”. L’incipit è quello di Pinocchio di Carlo Collodi ripreso da Filippo Timi in apertura del suo nuovo spettacolo, l’intenso e sorprendente monologo Skianto, in scena al Teatro Franco Parenti fino a domenica 6 aprile.

Dopo il trionfo del coloratissimo e eccessivo Don Giovanni, Timi decide di dedicarsi ad un testo più intimo, introspettivo, sentito e personale. La componente autobiografica dello spettacolo è evidente fin dalla locandina che ritrae Timi quattordicenne con look alla Spandau Ballet, ma l’intelligenza dell’autore, interprete e regista è quella di costruire uno spettacolo che, partendo da un’esperienza personale, riesce a toccare corde emotive universali.

Il protagonista, Filippo, è un bambino diversamente abile, nato con la scatola cranica sigillata e rinchiuso in una doppia prigione: il suo corpo e la sua camera da letto. Ma dentro quel corpo c’è una persona che ha una straordinaria voglia di vivere, piena di sogni e speranze che sono destinate a restare suo patrimonio intimo, inespresso ai suoi genitori che faticano ad accettare la sua diversità, ai parenti e agli amici che gli sorridono con un misto di pietà e di paura.

Timi dà voce (in dialetto umbro ripulito per l’occasione) a ciò che nessuno può sentire, ovvero all’interiorità di un personaggio che non può muoversi e non può esprimersi, incapace di parlare se non emettendo grugniti incomprensibili, desideroso di una normalità negatagli fin dal momento dalla nascita, un novello Pinocchio che invoca la Fata Turchina affinché lo faccia diventare un bambino come tutti gli altri o, in alternativa, quanto meno un burattino.

Contenendo, ma senza tradire, il suo inconfondibile stile teatrale votato alla costruzione di un immaginario pop, Timi mette in scena le passioni, i sentimenti e i pensieri del suo alter ego, sintesi tra le esperienze della difficile infanzia dell’attore e di altre disabilità con cui ha avuto a che fare nel corso della sua vita, su tutte quella della cugina, nata proprio come il protagonista di Skianto con la scatola cranica sigillata.

In ottanta densissimi minuti, Filippo Timi riesce a divertire e commuovere evitando qualsiasi facile retorica, mettendosi a nudo con grande autoironia e una sempre spiazzante inventiva, raccontando il disagio della diversità e la straordinaria forza di un animo che non si arrende nemmeno dinnanzi ad una disabilità che appare insuperabile; un bambino-uomo in perenne ricerca di una felicità che non sembra mai arrivare, appassionato, arrabbiato e fragile e quindi profondamente umano.

Ecco quindi che sul palcoscenico si alternano momenti esilaranti come gli intermezzi con panda e gattini (più funzionali al racconto di quanto non possa sembrare in apparenza) ad altri più profondi e drammatici come una straziante esecuzione di Non, Je ne regrette rien di Edith Piaf o il ricordo di una mattina di Natale, contrappuntati da una miriade di riferimenti agli anni ’80: dalla Girella a Candy Candy, da Mork e Mindy a Fantastico, passando per i pattini a rotelle e giradischi portatili.

Fondamentale, poi, la presenza del chitarrista Andrea Di Donna che con le sue cover acustiche di brani celebri accompagna il flusso di coscienza di Filippo, sognatore imbrigliato destinato a schiantarsi contro l’amara realtà delle cose.

Da non perdere.

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