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Sarah Stride: “C’è bisogno di musica che riporti l’attenzione al nostro profondo”

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 3 settimane fa
Sarah Stride intervista
Sarah Stride
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In occasione del Raduno dei Distratti, Sarah Stride presenta il suo ultimo lavoro venerdì 23 novembre al Serraglio di Milano.

“Prima che gli assassini” è il titolo di questo ultimo disco, scritto a quattro mani con Simona Angioni e in collaborazione con Kole Laca (Il Teatro degli Orrori, 2Pigeons) e Manuele Fusaroli (The Zen Circus, Nada, Andrea Mirò.

Cosa aspettarsi da questo live milanese?

“ll concerto sarà un viaggio: il pubblico entrerà in una bolla e si farà trasportare. Sarà una specie di rito trasformativo in cui tutti si lasciano invadere, un po’ come un rapsodo.”

E con queste parole che Sarah Stride preannuncia l’atmosfera di quella sera.

L’appuntamento è dalle 22 in via Gualdo Priorato5, con ingresso per possessori di Tessera ACSI di 5 euro, oppure 10 euro, comprensivi dell’album.

La nostra intervista a Sarah Stride

Sarah Stride…da?

Il mio vero nome è Sarah De Magistri e Stride rappresenta gli estremi del mio cognome.

Non solo, è collegato al verbo “stridere”, che se accostato alla figura del cantante, crea un contrasto proprio perché l’artista non dovrebbe essere stridente. Mi piace come connotazione caratteriale. Ha tutto un senso.

E chi è questa Sarah?

Quello che posso dirti è che non riesco a pensare alla mia vita senza musica. Lavoro per produrre i miei brani, cosa sono musicalmente così sono nella vita.

Per me non esiste una distinzione tra quella che è la mia vita privata da quella musicale, parlando di investimento emotivo.

Oltre ad essere una cantante, sei anche un’insegnate. Cosa ne pensi di questo periodo musicale?

Purtroppo, vedo un appiattimento culturale e non c’è un interesse di approfondire qualcosa in particolare.

La rete è un mezzo molto importante e utile, ma non saperlo usare porta ad avere una conoscenza superficiale di ogni cosa: super veloce, si ha l’informazione in un massimo di dieci secondi.

È così che non ci si sofferma più sulle cose.

È una cosa che vedi nei tuoi alunni?

I ragazzi hanno questa velocità di fruizione che non attecchisce da nessuna parte.

Ai miei alunni cerco di spiegare le differenze tra i vari artisti e stili, facendogli notare che alcuni scrivono allo stesso modo e le stesse cose, mentre altri hanno davvero qualcosa da dire e lo comunicano in maniera intelligente, portando della creatività.

Alla fine dell’ascolto gli chiedo se hanno sentito queste differenze e mi rispondono in modo positivo: questo vuol dire che se ne rendono conto, basta solo tornare ad una ricerca un po’ più approfondita.

Il problema, in generale dei giovani, è che vengono fagocitati da questo tipo di sistema: se viene proposto sempre la stessa cosa è normale che abbiano la conoscenza solo di quello.

Secondo me, non bisogna mollare questi ragazzi, ma aiutarli ad avere una conoscenza più approfondita.

In questo momento, la ricerca individuale è fondamentale e credo fortemente nelle “minoranze”, quelle meno conosciute.

Queste minoranze sono molto presenti in questo ultimo disco “Prima che gli assassini”.

In alcuni brani sei, sia vocalmente che musicalmente, molto etnica.

Sono contenta che si sentano.

Kole Laca, produttore del disco, è albanese e nonostante abbia un tipo di andamento molto minimale, asciutto, ha una vena tellurica popolare che viene fuori, è tribale.

Io adoro cantare in ebraico, slavo, mi piace molto la musica mediterranea e quindi c’è tutta una ricerca del timbro, del suono.

È cantautorale, lo definirei un album dark wave, direttamente influenzata dalla new wave.

Non solo influenze etniche, tribali, ma anche psichedelico. Si può definire un concept album?

Non è dichiaratamente un concept album, però sì perché prima di tutto è arrivato il titolo “Prima che gli assassini”.

Questo disco è il primo con cui scrivo con un’altra persona che è Simona Angioni.

Ci siamo conosciute in uno spettacolo teatrale, di cui lei ha scritto testi molto interessanti e surrealistici.

Fin da subito, mi sono trovata molto bene: è una sorella d’anima.

Scrivere con lei è stata una bella esperienza perché mi ha “impedito” di censurarmi in alcuni passaggi.

Per esempio, in “Il figlio di Giove” le dico che ci vorrebbe qualcosa tipo “Conta le macchine rosse che se no muori”.

Lei mi guarda e mi risponde: “l’hai detto, tienilo”.

Quindi, che messaggio porta dentro di sé questo album?

Mi viene in mente la frase: “Il mistico nuota nelle acque dove il tossico annega”.

Molte persone hanno una grande sensibilità, ma che se non sanno maneggiare bene, rischiano di farsi male e ne diventano vittima.

Avere una potenza spirituale così grande è positivo, ma se la polarizzi in negativo diventa distruttivo.

L’idea di questo album è questa: bisogna invertire tutte le cose che possano sembrare negative, gli ostacoli e farli diventare alleati.

È questa la grande sfida.

Al primo impatto potrebbe sembrare un disco negativo, con una scrittura “scura”, ma c’è l’esposizione della capacità di convertire certi stati d’animo negati in positivi, diventano punti di forza.

È fondamentale per evolversi: la manifestazione del “brutto” deve servire a portarti dall’altra parte.

“Prima che gli assassini” è il titolo dell’album. Ci spieghi cosa c’è dietro questo titolo?

Ognuno di noi ha dei censori nella propria testa, ci sono questi assassini che rovinano le cose e questo album indica tutto quello che si è salvato prima che loro potessero farlo.

Il concept di questo album sta proprio in questo: la nostra parte che riesce a non farsi fagocitare da questi e a riuscire a sganciarci dal giogo del giudizio, del doversi adattare al resto.

È un disco dove gli inconciliati trovano posto, dove i “border” trovano posto.

Tutti hanno questi assassini nella testa, perché tutti siamo fatti della stessa scintilla, della stessa fibra.

Tutti abbiamo un’interiorità che non comunichiamo all’esterno.

Per questo motivo è un album che si rivolge a tutti.

Questo uso delle metafore aiuta a chi ascolta a comprendere esattamente quello che vuoi esprimere.

Le metafore sono molto immediate, sono prove di quelle sovrastrutture che ti impediscono di accedere ad un’idea, e addirittura questi testi piacciono ai bambini perché sono senza filtri.

Siamo fatti tutti della stessa fibra.

Cosa ti auguri per questo album? Pensi che possa essere passato dalle radio?

Me lo auguro, anche se non ho mai fatto niente per ammiccare quel mondo perché so che non è un album pop.

Ma mi auguro di suonare tanto, quello sì. Portarlo dal vivo il più possibile, prendere più pubblico possibile.

C’è bisogno, infondo, di quella parte musicale che riporta alla pare più profonda di noi.

Poi se ci sono delle radio un po’ più “sensibili” a questo genere, ben venga.

Quando componi un album, ascolti musica totalmente diversa per non essere “influenzata”, ma solitamente?

Ascolto Sevdaliza, i Dawn of midi e i Massive Attack, loro da sempre e sempre.

Ultimamente sono stata influenzata dall’album The Golden Age di Woodkid: è magico, psichedelico, ha molto del trip hop degli anni ’90, mi interessa molto il suo lavoro sulla ritmica.

Se penso al passato, invece, mi vengono in mente i primi album dei Depeche Mode.

Per quanto riguarda gli album, c’è Black Star di David Bowie e gli ultimi due di Elza Soares.

Black Star è un disco che comprenderò appieno tra dieci anni: quel disco è un ponte, che ti porta ad evolverti se lo ascolti attentamente.

Devo capire dove mi porterà e questo un po’ mi spaventa, ma sento che è una porta importante.

Ti lasci influenzare anche dalle altre arti?

Sì, per esempio dalla letteratura. Ultimamente: Accabadora (Michela Murgia), A Dio per la parete Nord (Hervè Clerc), Il Cardellino (Donna Tartt), L’Avversario / Vite che non sono la mia (Emmanuel Carrère), Diario degli errori (Ennio Flaiano), La montagna incantata (Thomas Mann).

Ho riletto, sarà la terza volta Delitto e Castigo e con me porto sempre le poesie di Cardarelli e Mariangela Gualtieri.

 Musica a Milano

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