Pubblicato in: Teatro

I Dream, l’assolo di Michele Abbondanza al Pim Off

Paolo Crespi 2 anni fa
Michele Abbondanza_ph. Stefano Manica

Michele Abbondanza_ph. Stefano Manica

Abbondanza e Bertoni sono di nuovo a Milano e di nuovo al PimOff, a non molto tempo di distanza dall’ultima incursione, a gennaio, con Terramara. La novità? Enorme, se ci pensiamo. Per la prima volta dalla fondazione della compagnia, Michele Abbondanza, partner e coreografo di tanti spettacoli di Antonella Bertoni e degli altri compagni di viaggio della loro avventura quasi trentennale, si presenta da solo in scena.

I dream, il lavoro di un’ora presentato qui in forma definitiva dopo gli studi di quest’estate e il debutto a Vie Festival in ottobre, è un azzardo assoluto, un mettersi a nudo che nulla ha a che vedere con il solito narcisismo della gente di spettacolo.

Un momento unico, di sincerità e di “resa dei conti” con se stesso, che vale la pena di condividere in tanti. Per una serie di buone ragioni che non sfuggiranno agli esperti e ai semplici appassionati. La prima è implicita nel titolo: non un qualunque “sogno” di mezza stagione o di mezz’età, che spesso fanno quelli della generazione di Michele (e di chi scrive), ma Io sogno. E dunque io analizzo, io racconto, io offro al pubblico la mia personale visione.

Prima con grande pudore, poi con maggiore audacia, man mano che scorrono le immagini ed emerge la memoria, che per il danzatore è anche e soprattutto quella del corpo. Quello di oggi, un mare tranquillo di sapienza e insegnamenti, e quello più agile, ammirato e scattante di “x” anni fa… Una sfida interessante, un confronto non più rimandabile per come il protagonista lo descrive nelle note di regia che introducono lo spettacolo e che per il vostro piacere riportiamo integralmente qui sotto.

Per chi vuole sincerarsene di persona, l’appuntamento è al PimOff dal 14 al 16 novembre

Questa prima occasione di solitudine scenica mi induce all’outing coreografico, a una riflessione sul presente in forma di memoria.

Proprio la forma, dopo iniziali effluvi di parole, è uscita fuori prepotentemente e così partito da un punto, mi ritrovo misteriosamente in un altro. Un punto non a caso; un punto che in fondo, conosco bene, dove il corpo, i suoi contorni, spasmi, fragilità, eccessi e difetti, assurgono a unici e definitivi simboli. 

Capita che alcune visioni ti prendano le gambe, ti facciano infilare una parrucca e non ti impediscano più di recitare una patetica felicità. Immagini che improvvisamente appaiono come in un sogno ed ecco che la memoria del corpo esce allo scoperto e ti ritrovi come un consenziente burattino a seguire una partitura di movimenti che non sapevi più di sapere e sfogliando il corpo come un libro leggi e senti vibrare qualcosa in te. Come in un gioco di specchi strizzi il caleidoscopio della mente: è l’attraversamento di un percorso somatico; coreografie, passi, esercizi ma anche semplici camminate, azioni di servizio, posizioni di pausa sedute; tic e riflessi condizionati che escono come un flusso di memoria inconscio ed incosciente.  

Seduto, in attesa, imbacuccato a pensare con quell’ incantamento bolso e un po’ autocompiaciuto di certi momenti di flessione e riflessione, capita di andare indietro e magari di pensare a quand’era l’alba e le forme ancora incerte e il passo malfermo, ti impedivano di camminare da solo. E allora danzi la danza degli altri: quando una scimmia balla la polka, tutte le altre scimmie ballano la polka.

Poi nel continuum di una reminiscenza dai contorni psichedelici, l’incontro con le maestre passanti che ti insegnano che il movimento non può essere che tuo, unico ed irripetibile, perché solo se è così lo puoi condividere e trasmettere. E allora cerchi i tuoi simili, perché l’unione fa la forza, e fai e sfai un gruppo. E poi l’altra metà del cielo, e poi un angelo e poi l’inferno e poi, e poi…il cabaret di ricordi continua, stante e nonostante il disincanto canto; finalmente canto. E’ una vita che voglio cantare.  

Mi lascio volentieri travolgere e stravolgere. Come in un sogno. 

La scansione cronologica brucia come miccia accesa verso il presente e una volta arrivata a destinazione invece dell’auto-esplosione desiderata (“… solo una volta e solo a New York!”), presenta un quadro di i-conica metamorfosi di vago sapore futurista e meccanico che trova pace solo nel ritrovamento dell’altro da sé, un doppio più giovane ed ignavo. La fusione tra me e lui; tra il manichino-sosia di 20 anni prima, con il mio corpo lì presente e impermanente, dà l’illusione che quel passato intonso ma inorganico, possa veramente rianimarsi. Solo così uniti, ora che la danza degli altri è diventata crepuscolarmente anche la mia, i miei passi di ora e i “suoi” di ieri, possono diventare un unico camminare. 

Verso il futuro?  Il buio finale impedisce di vedere la conseguente uscita di scena. 

(Michele Abbondanza)

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