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L’isola dei cani: il secondo film in stop-motion di Wes Anderson è un omaggio al Giappone

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Pochi registi cinematografici possono vantare un’immediata riconoscibilità da parte di un pubblico non specialista sulla base di una semplice inquadratura, assurgendo quindi al rango di “autore” senza bisogno del sostegno della critica e degli studi accademici: Wes Anderson può senz’altro essere annoverato tra questi cineasti, e i suoi film sono ampiamente conosciuti da spettatori casuali, osannati o disprezzati ancor prima di uscire al cinema e citati dai diversi media che costituiscono la cultura popolare.

L’ultima opera del regista texano, L’isola dei cani, fa capolino nei cinema italiani il 1 maggio dopo essere stata presentata ufficialmente allo scorso Festival di Berlino, dove si è aggiudicata l’Orso d’argento per la migliore regia: nel cast vocale figurano alcuni tra i più fedeli collaboratori del regista come Bill Murray, Frances McDormand, Edward Norton e Tilda Swinton, ma anche nuovi arrivi come Scarlett Johansson, Greta Gerwig, Liev Schreiber e Bryan Cranston.

Il film rappresenta il ritorno di Anderson alla tecnica dello stop-motion con cui già aveva realizzato Fantastic Mr. Fox, uno degli exploit più amati della sua filmografia: per farla molto breve, pupazzi e ambienti vengono fotografati da una macchina da presa che impressiona un fotogramma alla volta, la successione dei quali produce l’illusione del movimento. Agli operatori l’arduo compito di sistemare tutti gli elementi in campo 25 volte per ogni secondo.

L’isola dei cani: la trama del film

Annunciata sin dai primi trailer come un omaggio al Giappone e alla cultura nipponica, oltre che al mondo dei cani, la pellicola si svolge in un immaginario futuro in cui il Paese del Sol Levante, dominato da un gruppo politico alleato con i gatti, viene sconvolto da un’epidemia di influenza canina dagli effetti devastanti. Per evitare contagi umani il sindaco della città di Megasaki, Kobayashi, impone che tutti i cani vengano deportati su un’isola-discarica, nonostante uno scienziato sia convinto di essere vicino alla scoperta di una cura.

Pochi mesi dopo sarà Atari, il nipote del sindaco, a cambiare per sempre lo status quo arrivando sull’isola alla ricerca di Spots, la sua guardia del corpo canina posta in quarantena come primo esempio per tutti i quadrupedi. Feritosi durante un atterraggio di fortuna, Atari incontrerà 5 cani, tra cui Capo, che lo aiuteranno nella sua avventura. Ma anche in città le acque si agitano quando un gruppo di studenti rivoltosi inizia a mettere in discussione la versione ufficiale degli eventi fatta circolare dal sindaco.

L’isola dei cani: la recensione

Tenendo bene in mente l’agenda politica degli ultimi anni, è impossibile non riconoscere ne L’isola dei cani il tentativo – il primo così esplicito e diretto – di Anderson di approccio di questioni come il razzismo, la pretesa di gestire una crisi con deportazioni di massa e la distorsione dei media a fini di propaganda. Insomma, rispetto al cinema intimo e persino solipsistico degli anni passati si registra un cambiamento di prospettive da parte del regista, in parte in continuità rispetto a quanto visto nella precedente opera The Grand Budapest Hotel.

Il particolare stile di Anderson, che l’ha reso così iconico, è sempre stato caratterizzato da un rischiosissimo e faticoso tenersi in bilico tra due tendenze, o elementi forti della messa in scena: da una parte l’uso di personaggi idiosincratici, monolitici e nevrotici, incarnati da attori cui viene richiesta una recitazione impostata e controllatissima, outsider incapace di vite comuni, descritti con pochi tratti molto netti che ne nascondevano fragilità e debolezze anche molto commoventi (i membri della famiglia dei Tenenbaum essendo l’esempio migliore); dall’altra composizioni controllatissime delle inquadrature nel segno della simmetria perfetta, movimenti di camera precisi ed esibiti e una concezione del campo visivo come una griglia sulla quale disporre un’infinità di elementi scenografici dai colori pastello (il famoso effetto “casa di bambola”).

Se si volessero etichettare queste due anime del cinema di Anderson come, rispettivamente, “contenuto” e “forma” si sbaglierebbe, in quanto l’una sorregge l’altra e viceversa, compenetrandosi e diventando indistinguibili; purtroppo però ne L’isola dei cani continui quel processo di “cartoonizzazione” già visto in atto in The Grand Budapest Hotel, ovvero di riduzione dei personaggi a figurine prive non tanto di spessore ma di interesse (in primis da parte dell’autore stesso), da far agitare con grande eleganza all’interno di quadri leziosamente allestiti in ogni minimo dettaglio.

Un cinema dove a prevalere è la decorazione, e il gusto della narrazione si perde nell’omaggio (qui a maestri come Ozu e Kurosawa, quest’ultimo citato anche nella geometrica e anemica colonna sonora del solito Alexandre Desplat), nella moltiplicazione delle linee narrative (una vicenda tutto sommato semplice viene riempita di divagazioni, flashback e spostamento del focus dell’attenzione, tanto da risultare a tratti confusionaria e tediosa) e di un esercito di figuranti di cui si fatica a ricordare il nome.

A fronte di elementi caratteristici e interessanti come il rifiuto dei ruoli tipici hollywoodiani – “E i cattivi non sono cattivi davvero. E i nemici non sono nemici davvero. Ma anche i buoni non sono buoni davvero” cantava Niccolò Contessa de I Cani – alla fine del film si rimane con un pugno di mosche in mano mentre ci si è persi nell’attesa di un coinvolgimento emotivo di qualche tipo, anche a causa di un ritmo dalle accelerazioni e pause mal calibrate, mentre si ammirano scenari così perfetti nella loro dimensionalità da sembrare più finti del necessario, facendo caso ogni tanto ai protagonisti sempre meno necessari a un regista che sembra aver smarrito l’interesse per l’umanità (sì, anche quella canina).

Il nostro voto

5 e ½

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