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Jack Jaselli con “Torno a casa”: il giusto incontro tra la leggerezza del pop e la profondità delle parole

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 3 settimane fa
jack Jaselli torno a casa
Foto di Chiara Mirelli

Jack Jaselli live con cinque date prima di partire per il tour ufficiale per il nuovo album dal 28 febbraio al 28 marzo a Milano.

In questi appuntamenti, il cantautore sarà ospite e porterà dal vivo alcuni brani del suo nuovo disco “Torno a casa”, prodotto da Max Casacci.

Ecco le date dei prossimi appuntamenti

  • 28 febbraio – Babitonga – laFeltrinelli (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli)- Viale Pasubio, 5
  • 2 marzo – Into the Wild – Base Milano, ore 22, biglietto da 11,50 euro- Via Bergognone, 34
  • 6 marzo – Rockfiles Live – Spirit de Milan- Via Bovisasca, 57/59
  • 10 marzo – Fa’ la cosa giusta – Fiera Milano City, ore 17-  Piazza Viaggiatori
  • 28 marzo – Auditorium Tilane – Paderno Dugnano (Mi)

La nostra intervista a Jack Jaselli

Sono passati nove anni da “It’s Gonna Be Rude, Funky, Hard”. Cos’è successo in questi anni?

Sono successe tante cose, da cantare in una cantina di Milano, a registrare un disco in una grotta in riva al mare fino al bellissimo studio negli Stati Uniti con un produttore formidabile.

E ora è arrivato il primo disco in italiano prodotto insieme a Max Casacci che è appunto “Torno a casa”, registrato all’Andromeda Studios di Torino.

L’idea di adesso è di recuperare, anche se non ci siamo mai persi, la mia band di sempre e produrre le canzoni suonandole senza bisogno di chissà che cosa, ma facendo le cose a modo nostro.

È un ritorno dove in mezzo è passato il mare, l’America e Torino.

In quest’ultimo album fai spesso riferimento al mare e alla libertà, come nel brano Pirata.

Sono sempre stato legato al mare, ho trascorso moltissimo tempo in Liguria, ed è simile al concetto di libertà, che è la sensazione che molte persone provano guardandolo.

Puoi vederlo come qualcosa con cui confrontarti, per esempio Bruno Munari ha scritto “Il mare come artigiano” in cui il mare è come un artigiano che lavora e restituisce gli oggetti persi.

Il mare è l’idea di libertà, il posto che può permetterti di raggiungere la meta che pensi ti possa migliorare la vita, ma non sempre è così.

Infatti, nel viaggio in mare possono succedere tante cose.

“Torno a casa” è in italiano, cosa ti ha spinto a scrivere i pezzi così?  

Il bisogno di voler cantare in italiano è “nato” due anni fa durante un concerto a Tremezzo: c’era una luna gigantesca in cielo e avevo deciso di cambiare il testo di una canzone per raccontare cosa stesse succedendo in quel momento.

Il risultato è stato che nel pubblico quasi nessuno ha capito il testo e allora ho pensato che il problema non è di chi mi ascolta, ma mio: sono italiano e se voglio questa immediatezza in più devo riconsiderare alcune cose del mio percorso musicale.

Nel frattempo, c’è stata una mail di Lorenzo Jovanotti.

Avevamo appena lavorato alla colonna sonora de “L’estate addosso” e mi ha detto che era contento di avermi sentito in questa versione, che era più pop e che secondo lui avrei dovuto scrivere qualcosa in italiano.

Ha anche avvisato che probabilmente non mi sarebbe piaciuto, però ci avrei dovuto provare: una bella scommessa con me stesso.

Alla fine, era un bisogno che sentivo da un po’ perché comunque è questo il mio posto e poi forse, maturando, ho anche capito che la musica ha un potenziale di parlare con le persone, di dire anche qualcosa di sensato, non solo emozioni della tua vita personale, ma di smuovere le cose.

Una chance a me stesso, anche perché ho scritto per altri, come Elodie, ma era diverso: su di me facevo l’esperimento sbagliato di trasportare quello che scrivevo in inglese in l’italiano.

Il risultato era una brutta copia e quindi ho deciso di realizzare tutte i brani in italiano come se non avessi mai fatto nulla in inglese.

E poi è arrivato Max Casacci.

Con Max è stato un incontro importantissimo ed è stato uno dei primi produttori ad ascoltare i pezzi e ha capito subito cosa volessi dire e fare.

Dal momento in cui abbiamo iniziato a lavorare insieme io ho capito perfettamente che persona mi trovavo davanti: non è solo un musicista, è un produttore, un letterato, un intellettuale e molto saggio.

Quindi per me lo studio è stato una scuola continua: imparare a capire come maneggiare le parole con l’italiano, cosa vuol dire scrivere delle canzoni e come parlare alle persone.

Inoltre, è stato un esperimento diverso dal solito perché c’è tanta elettronica in questo disco e non è una roba con cui sono nato: le canzoni partivano chitarra e voce poi si trasformavano.

È stato fondamentale lavorare perché credo sia un gigante della musica.

Ci sarà un tour che non si prospetta molto convenzionale. Ci racconti cosa dobbiamo aspettarci?

Esatto, sarà una specie di “documentario” e sarà un tour a piedi.

Partirò dalla via Francigena, camminerò per circa per 800 km, 34 tappe in 40 giorni, insieme a figure come il Vescovo di Perugia, un monaco buddhista o chiunque voglia unirsi lungo il percorso.

Non mi esibirò né nei locali, né nei club, come era previsto inizialmente, piuttosto suonerò in ostelli dove fanno dormire la gente gratis da trent’anni, caseifici, abbazie e piazze che il Comune e le altre istituzioni metteranno a disposizione per questo progetto.

Un po’ come i menestrelli di una volta.

Come ti è venuta questa idea?

Amo viaggiare e sono un appassionato di camminate e poi perché i locali sono una realtà che ho già fatto e avevo voglia di un cambiamento di direzione.

Avevo voglia di fare un tour per i fatti miei, senza neanche comunicarlo e fare come all’inizio: prendere la mia chitarra, provare i pezzi nuovi e via, senza pressione di niente.

È in questo modo che voglio raccontare storie mie e quelle della gente, farle ascoltare ed ecco che nasce l’idea di impostare così la tournée.

È un modo anche per raccogliere delle testimonianze e tematiche importanti, che risultano “leggere” ascoltate mentre si passeggia, per esempio, con un agricoltore che ti spiega come siano cambiate le cose in vent’anni nella coltivazione.

Probabilmente siamo l’ultima generazione che può vivere di prima persona queste esperienze e ascoltarle direttamente da chi le ha vissute e conservate.

Tutto questo solo con la chitarra.

Fondamentalmente sì, magari nelle piazze ci saranno degli amplificatori con microfono, ma essenzialmente sarà solo con la chitarra.

A parte per una questione logistica, la chitarra è lo strumento con cui ho sempre scritto i miei pezzi e viaggiato, dall’Australia all’America. Sempre con la chitarra.

Probabilmente ci saranno delle interazioni durante questo tour a piedi: una situazione aperta a tutti, chi vorrà potrà seguirmi; mi viene in mente un musicista che suona uno strumento particolare con cui fare un concerto insieme.

Inoltre, ci sarà una specie di contest per videomaker per alcune tappe e in molti mi stanno già scrivendo.

Porto la mia di storia e sarà curioso vedere come sarà un concerto in un caseificio piuttosto che nell’eremo abbandonato senza amplificazione.

Ogni esibizione sarà diversa perché sarà come suona il posto.

Com’è fare un disco oggi? Come si stanno muovendo le case discografiche?

Prima le case discografiche erano un posto in cui crescere, in cui si sviluppava l’artista.

Ci sono stati casi eclatanti, per esempio Springsteen ha avuto bisogno di quattro dischi prima di far guadagnare la sua casa discografica.

Adesso, invece, c’è la rincorsa ai grandi numeri in cui da un lato ci sono le certezze del pop italiano e dall’altra la rincorsa a mettere il marchio sul personaggio che ha già tante visualizzazioni web, per esempio.

È un nuovo trend di artisti, come può essere per la trap: indipendentemente vanno su internet, caricano i loro pezzi, raggiungono grandi numeri e, fondamentalmente, si lanciano da soli.

La casa discografica va ad amplificare e sviluppare queste realtà che portano numeri.

Quello del “far numero” è un discorso legittimo, ma non sono l’unità di misura della musica e purtroppo i progetti che non danno numeri immediati vengono lasciati un po’ a se stessi.

Le case discografiche hanno una mole di progetti e di cose di cui rendere, come conti di bilanci, e sono multinazionali quindi il profitto immediato è una parte importante.

Per questo che il discorso del “lungo termine” è faticoso perché è difficile restare in piedi in una realtà come quella di oggi.

Anche le relazioni umane a lungo termine sono un po’ in crisi, figurati nel business musicale e non si può neanche condannare niente e nessuno.

L’importante è trovare e creare delle alternative.

A proposito dei legami umani, nel tuo album c’è un brano “Quando saremo robot” in cui ne parli. Ascoltandola mi è venuta in mente l’immagine di una coppia che sta insieme da moltissimi anni e la quotidianità è ormai “meccanica” e abitudinaria.

Forse, la differenza è che per creare quella quotidianità devi essere proprio umano: devi imparare a “incastrare” i difetti dell’altro, che poi non sono necessariamente tali.

Ma sono spigoli o pezzi di un puzzle che magari non si adattano perfettamente al tuo modo d’essere e quindi devi essere talmente umano e conoscere talmente bene te stesso e l’altra persona da riuscire a lavorare insieme su questi ingranaggi.

L’ipotetico futuro Cyborg della canzone dice che sarà tutto perfetto, non ci saranno più difetti, non ci sarà niente neanche da mettere a posto perché saremo robot.

Quindi parla di un’organizzazione perfetta, poi scherzando canta anche che sarà sempre in forma senza bisogno di fare esercizio fisico, non sbaglierà strada perché hai le tue mappe.

Così l’altro diventa meno “altro” perché non ha difetti da sopportare.

Ma le relazioni umane sono fatte ancora una volta di crescita e di consapevolezza di noi e dell’altro per aggiustarsi.

Mentre due cose perfettamente lisce e senza difetti possono stare fianco a fianco, ma scivolano, non c’è nulla che li tenga insieme.

Il senso di questa canzone che sarebbe tutto perfetto in un futuro un po’ meno drammatico, senza sentimenti accentuati o senza difetti, ma che noia!

Hai scritto per molte persone, mi ha parlato di Elodie, Jovanotti, e tra le tue collaborazioni c’è quella con Muccino per Welcome to the world.Tu sei cantautore, com’è scrivere per altri? Fai fatica?

Sì, a volte puoi far fatica perché le idee sono faticose, forse perché sono ancora alla ricerca del mio modo personale di scrivere.

Qualcuno che dice che quando sente un’idea bussare alla finestra si gira dall’altra parte finché questa proprio non sfonda la porta, fa un po’ fatica a farci i conti.

Ecco, di solito mi capita che devo “sbloccare” l’inizio: ci sono dei momenti in cui so che devo scrivere, che ho qualcosa da dire, ma per rimettere in moto la macchina ci metto tantissimo.

Poi, quando “sblocco” le cose, scrivo anche tre pezzi completi di musica in un giorno, però si fa fatica a scrivere per altri se non è una persona con cui ti senti particolarmente affine.

Se non è una persona troppo affine, è particolarmente difficile perché non tutti si “incastrano” facilmente.

Per esempio, con Lorenzo Jovanotti, Gué Pequeno, è stato facile.

Non è una cosa che mi viene naturale il mettermi lì e pensare a scrivere un pezzo per qualcuno.

È più una cosa di mestiere, stimolante, mi piace perché è divertente, però faccio fatica e lo faccio proprio per questo.

Ho avuto la fortuna di aprire un concerto per Ben Harper, di conoscerlo e rimanerci in contatto.

Mi piacerebbe scrivere qualcosa con lui, per esempio.

Ovviamente preferisci scrivere per te stesso.

Sì, diciamo che preferisco scrivere cercando quello che mi viene da dire e trovando la voce giusta per dirlo.

Per “voce giusta” intendo il modo di scrivere, il modo di avvicinare le parole e il mondo: la grande sfida con me stesso è quella di cercare di dire qualcosa con l’italiano.

È difficile cercare di dire qualcosa di importante e sensato riuscendo a mantenere una musicalità pop perché si rischia che venga fuori una specie di audio in cui la musica va bene, ma le parole meno.

Le parole devono essere belle e suggestive, abbinate alla musica e una canzone pop ti deve entrare in testa: devi saperla suonare e cantare e possibilmente chi l’ha ascolta deve capire che c’è una melodia accattivante.

Un giusto incontro tra la leggerezza del pop e la profondità del linguaggio testuale.

È la mia sfida, per questo motivo quando scrivo vengono fuori dei pezzi più personali.

Nel marzo 2018 “Nonostante Tutto”, trasmesso su Real Time, composto a 76 mani insieme alle detenute del carcere femminile della Giudecca di Venezia.

Esatto, sono stato contattato dall’associazione Closer che aveva organizzato questo incontro.

Mi hanno chiesto di coinvolgere le ragazze in quanto c’era l’idea di introdurre la musica tra le attività che svolgevano.

Ho cantato alcuni brani, spiegato come scrivere una canzone, come nasce e le varie teorie su l’inspirazione e mi hanno risposto che non è una cosa su cui ci puoi lavorare tanto, ma devi essere portato.

Magari sì, ma io credo molto di più nel fatto che se hai qualcosa da dire e quella è una forma di espressione che ti piace, allora ti viene fuori una canzone.

Così ho proposto a tutte di scrivere su un foglio la prima parola venuta in mente pensando al concetto di libertà, e che poi avrei inserito nel testo”).

E da lì, è venuto fuori il loro carattere,molto diverso tra loro e grandi personalità.

Per esempio, c’è stato chi mi ha scritto che la libertà è poter andare a dormire senza che ci sia il campanello che avvisa, o andare al ristorante a mangiare con la propria figlia.

Per me, è stato un ascoltare, capire e accogliere, con la massima delicatezza possibile, cosa volessero trasmettere perché non c’era né voglia di farsi commiserare, né rabbia, ma energia positiva.

Musica a Milano

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