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Hereditary – Le radici del male: un angosciante horror familiare

hereditary recensione

La famiglia può essere un nido accogliente, un luogo in cui trovare amore, calore e sostegno, a partire dalla quale costruire la propria personalità attraverso il confronto con genitori, fratelli e parenti; ma allo stesso tempo può essere anche una trappola, così come per esempio la concepiva Pirandello, un inestricabile groviglio di obblighi, imposizioni stringenti, aspettative schiaccianti e limiti inconsciamente imposti.

Proprio su questa dicotomia è incentrato Hereditary – Le radici del male, il film di debutto di Ari Aster in uscita il 25 luglio al cinema. Un horror sovrannaturale molto apprezzato dalla critica negli Stati Uniti.

Il film si apre con un evento luttuoso, e l’atmosfera mortifera e angosciante sarà una costante di tutti gli oltre 120 minuti di durata: la famiglia dei Graham piange infatti la morte della matriarca Ellen, anche se la sensazione prevalente nei membri del nucleo pare essere più quella del sollievo che della tristezza. L’unica davvero sconvolta pare essere la secondogenita Charlie, una ragazzina che pare vivere in un mondo tutto suo, con seri problemi a relazionarsi con il prossimo.

La madre Annie e il figlio Peter invece sembrano essersi finalmente liberati da un peso. In particolare la prima, durante il discorso funebre, ammette apertamente di aver sempre patito i sensi di colpa instillati dalla genitrice, la quale è stata allontanata alla nascita del primo figlio, per poi attaccarsi morbosamente alla nascita di Charlie.

La vita sembra però continuare, tra il lavoro di artista miniaturista di Annie (che realizza ricostruzioni minuziose di piccoli ambienti e scene famigliari, anche autobiografiche), quello di psichiatra del marito Steve, le piccole difficoltà adolescenziali di Peter e l’interlocutorio comportamento di Charlie, ancora sconvolta dalla morte della nonna, che riconosceva come l’unica in grado di proteggerla.

Una nuova terribile sciagura, questa volta del tutto inattesa, si abbatterà però sulla famiglia, ma questa nuova devastante perdita darà il via a una serie di incidenti sovrannaturali collegati al misterioso e altrettanto catastrofico passato dei Graham, come se una maledizione ineluttabile gravasse sui consanguinei.

Sin dalla prima inquadratura, un carrello che ci porta dalle miniature di Annie alla stanza di Peter, senza soluzione di continuità e stacchi netti, lo spettatore ha infatti l’impressioni di trovarsi di fronte a una tragedia nella quale i protagonisti sono schiacciati dagli eventi.

Più che un horror di fantasmi e possessioni demoniache, infatti, Hereditary si presenta inizialmente come una metafora della rielaborazione del lutto e ancor di più dell’angoscia che deriva dal non poter contrastare il destino (in questo caso già tracciato dai propri antenati).

Un po’ alla volta il realismo delle scene lascia spazio alla paranoia, come un Rosemary’s Baby al contrario (non aggiungiamo altro per non anticipare troppo). Rispetto al classico di Polanski, va detto, in questo caso l’empatia nei confronti dei protagonisti è però minore: un po’ per la scrittura non sempre precisa, un po’ per le scelte troppo preordinate prese da Annie, l’impressione finale è quella di trovarsi davanti a delle pedine piuttosto invece che a delle persone.

Come horror puro Hereditary si presenta però come un’opera memorabile, in grado di rimanere impressa per alcune scelte molto forti in termini di raccapriccio, con un impatto emotivo non indifferente: i dettagli macabri non sono risparmiati, e il loro uso è tutt’altro che pornografia dell’orrore.

Allo stesso tempo però la (relativa) scarsa esperienza di Aster si nota nella gestione dei toni, fondamentali in un horror: per quanto sia abile a muovere la macchina da presa con molta eleganza e incisività, alcune scelte di recitazione sfiorano il ridicolo involontario e nelle scene delle svolte più dure e decisive si fa fatica a prendere sul serio i personaggi interpretati da Toni Collette e Gabriel Byrne (la prima sopra le righe, il secondo sottotono, lavorando quasi solo in sottrazione). Paga pegno anche la prova non eccezionale di Alex Wolff nei panni di Peter, eccessivamente imbambolato quale adolescente roso dai sensi di colpa.

Suggestivo nella sua rappresentazione priva di compromessi di un rito di cui i personaggi sono inconsapevoli esecutori (per quanto non proprio originalissima, in quanto molto horror recente sta adottando questa poco usuale prospettiva), Hereditary si muove tra suggestioni affascinanti, cadute di stile e un finale che per quanto potente pare anche essere fine a se stesso.

Il nostro voto

6 e ½

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