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Dr Feelgood: “Ai festival grandi artisti ed emergenti per portare nuove orecchie al rock”

Irma CiccarelliIrma Ciccarelli 3 settimane fa
Dr Feelgood
Foto da Pagina Facebook Dr Feelgood & The Black Billies

Puntuale ogni mattina, è la voce di Maurizio Faulisi a svegliare i cuori dei rocker con “Buongiorno Dr. Feelgood e Mr. Cotto” su Virgin Radio, insieme a Mr.Cotto Beppe Severgnini.

Dr Feelgood porta la sua grande cultura musicale anche fuori dalla radio con i live firmati “Dr Feelgood & The Black Billies” e i workshop sulla musica popolare americana e le radici del rock.

Un’intervista che si è trasformata in una piccola lezione sulla musica rock di ieri e oggi, dalla grande partecipazione dei giovani a eventi importati fino alle web radio.

La nostra intervista a Dr. Feelgood

Cosa hanno di diverso i gruppi di oggi rispetto a quelli del passato?

I riferimenti sono diversi.

I ragazzi che avevano 20 anni a metà degli anni 70 o dei primi 80 avevano come riferimenti i gruppi storici dell’hard rock e del blues come i Deep Purple, Led Zeppelin.

Addirittura, quelli degli anni 70 erano legati ai suoni più tradizionali, cioè il blues, country e rock’n’roll.

Invece, oggi i riferimenti sono decisamente diversi, anche se ci sono dei ventenni che imbracciano la chitarra e suonano i Rolling Stones e altri gruppi storici.

Ma è più facile che seguano tendenze neo-punk californiano, oppure suoni moderni e ritmati come quello dei Linkin Park, Red Hot Chilli Peppers oppure un certo tipo di indie che ha completamente tagliato il cordone ombelicale con le radici del blues.

Cosa manca e cosa hanno invece in più i gruppi di oggi?

Il discorso è che oggi è molto difficile creare qualcosa di nuovo: una volta si poteva partire da quello che era la base dei suoni del blues e del rock’n’roll e svilupparli e spaziare con le sonorità.

Adesso, quei riferimenti non ci sono più ed è stato fatto tanto, riuscire a trovare una strada personale è più difficile. Vale anche per le grandi band che si posizionano in classifica.

Oggi si assembla di più ed è proprio più difficile trovare originalità; per esempio i Greta Van Fleet fanno riferimento ai Led Zeppelin.

Quando parli di band emergenti, ti riferisci a quelle italiane? Com’è la situazione musicale del rock nel nostro Paese?

Non seguo tantissimo la situazione degli emergenti italiani, ma mi sono reso conto di una cosa ascoltando molte band durante la programmazione di alcuni locali.

La situazione è peggiorata perché ce ne sono di meno che propongono musica live rispetto a dieci anni fa e il numero delle band non è diminuito, anzi.

Inoltre, oggi è più difficile riuscire ad emergere, a trovare una propria strada e dei canali giusti per farsi conoscere, come può essere YouTube.

Invece, per l’autoproduzione è più facile: negli anni 70 e 80 si faceva la cassetta, il demotape, era davvero difficile avere la possibilità di fare un disco e trovare un’etichetta che ti producesse.

Oggi riesci a produrlo un disco, con vari mezzi, anche se l’obiettivo non è neanche più quello dato che non se ne vendono e ha più senso produrre dei pezzi che vadano su Spotify.

Il modo giusto per raggiungere il pubblico. Credi che sia anche per una questione culturale, di tradizione e quindi il rock ha più difficoltà rispetto ad altri generi?

In Italia c’è questo paradosso: si vendono pochi dischi, i locali sono diminuiti, ma il livello dei live è alto.

Sono aumentati i grossi eventi in cui i biglietti vengono esauriti nel giro di mezz’ora perché c’è più possibilità di partecipare rispetto al passato.

Penso ai Guns n’ Roses a Imola, gli AC/DC a San Siro, i Rolling Stones al Circo Massimo, al Lucca Summer Festival e altre località dove ci sono i mega concerti con più 60.000 persone.

Questi numeri ci fanno rendere conto che il pubblico rock in Italia c’è ed è numeroso, forse anche di più rispetto ad anni precedenti.

Ma questo grande seguito non si mostra nella quotidianità, nei pub e altri spazi che frequentano i ragazzi.

Inoltre, noto che queste nuove tendenze sono seguite e apprezzate da un pubblico molto giovane che magari non ha ancora molta conoscenza musicale.

Numericamente, credo che sia una realtà simile agli anni 80, ma con un po’ più di rock.

E anche merito delle radio, come Virgin Radio, se c’è molta più musica rock?

Quando è nata Virgin Radio, nel 2007, era la prima radio nazionale a trasmettere solo musica rock.

Esistevano, però, molte realtà locali come Radio RockFM a Milano, ma l’impatto che ha avuto Virgin Radio è stato molto importante perché copriva e copre l’intero territorio nazionale.

Ricordo che il mondo radiofonico fu sorpreso dal grande successo e dai numeri raggiunti, ma non c’era da stupirsi perché quando arrivano i Bon Jovi, Springsteen e tanti altri, gli stadi si riempiono e questo dimostra quanto fosse numeroso il pubblico e quanto, ancora oggi cresce.

In Italia, quindi, è ovvio che il rock sia amato.

Inoltre, oggi c’è anche Radio Freccia, la “concorrente”, che sta crescendo, e questo è un altro segnale positivo.

Il primo album è stato Rock’n’Roll di John Lennon del 1975. Mi piacerebbe sapere, invece, l’ultimo vinile della collezione.

L’ultimo vinile, arrivato qualche giorno fa, è del mio amico Yari dei Broadcash, in collaborazione con il mitico Bobby Solo, grande appassionato di country e rock n’roll anni 50, ed entrambi amanti di Johnny Cash.

L’ho ascoltato ed è davvero di alto livello.

Come scegli un album o un vinile da acquistare?

Sono ancora un grande acquirente di dischi e vinili, specialmente quando mi trovo in negozi, fiere e raduni rock’n roll.

Ci sono molte motivazioni, come la conoscenza dell’artista, di alcuni componenti della band o addirittura perché mi ispira la copertina.

Sono un grande appassionato della musica del passato e faccio acquisti che riguardano la mia ricerca, i miei approfondimenti di stili o il tentativo di completare alcune discografie degli anni 40 e 50.

Hai un album preferito?

È difficile rispondere perché ascolto di tutto e quindi ce ne sono molti, divisi anche per genere.

Per esempio, c’è Scarecrow di John Cougar Mellencamp: chitarristico, aggressivo, immediato, pulito, c’era tutta la tradizione rurale dei vecchi suoni dell’America con un taglio rollingstoniano con un’adrenalina che esplode nell’intero album, solo alcune canzoni sono commerciali.

Un disco da quasi 10 e lode. Ma ebbe la sfortuna di avere come concorrente Bruce Springsteen.

Hai parlato di grandi festival musicali, chi ti piacerebbe vedere sul palco la prossima estate?

In questi mega eventi, mi piacerebbe che si esibissero sia i grandi artisti che gli emergenti, un giusto bilancio.

Credo che sia un modo per avere una continuità che garantisca di poter portare nuovi cuori e orecchie alla musica rock.

Mi piacerebbe che ci fossero gli Stereophonics, i Blackberry Smoke. In particolare, quest’ultima band perché hanno un suono tipico sudista in stile The Allman Brothers Band e degli altri gruppi anni 70, ma con una vitalità moderna.

Ogni volta riempiono locali come l’Alcatraz e il Fabrique, ma non sono mai venuti nel periodo estivo né esibiti in un’arena come potrebbe essere Rho.

Sono convinto che se si esibissero in un contesto come quello del Milano Rocks potrebbero piacere tanto ai giovani come altri gruppi di tendenza, per esempio Muse e i Bon Jovi.

Mi parli dei tuoi workshop?

Faccio workshop per un motivo preciso: sono sempre stato un appassionato di musica blues e rock n’roll.

Sentivo l’esigenza di trasmettere la mia cultura agli altri con canali diversi, come appunto possono essere i concerti con la mia band “Dr Feelgood & The Black Billies”, seminari nelle scuole, dall’università alle biblioteche e, a volte, anche nei pub.

Tra questi, c’è un workshop dedicato allo sviluppo della musica dell’800 e del 900, un altro al country, al blues e al rock n’ roll.

A breve ce ne sarà uno dedicato alla British Invasion, quindi primi anni 60, quando erano gli inglesi a dettar legge, non gli americani, e un altro dedicato al soul.

È un’attività che mi porta ad incontrare i giovani, che hanno bisogno di dare una collocazione alle informazioni che ricevono e non riescono a contestualizzare.

Com’è iniziato il tuo lavoro nelle radio?

Ho iniziato nel 1978, proprio quando c’è stato l’incremento delle RadioFm, quelle private.

A quel tempo era facile trovare una radio che ti ospitasse: bastava avere una discreta cultura musicale e saperla trasmettere, una buona dialettica e un po’ di dischi.

Rispetto ad adesso avevo sicuramente meno dischi, ne ho circa 7000, e meno cultura, ma la mia passione mi portava a preparare in maniera minuziosa le mie trasmissioni e credo di aver fatto qualcosa di interessante.

Oggi, è diverso perché riesci a trovare collocazione nelle web radio; le altre sono diminuite drasticamente e hanno già una squadra ferrata.

Lavorare in una web radio è diverso rispetto ad una tradizionale: prima di tutto, perché con la web puoi preparare la trasmissione da casa con un semplice microfono e pc, fai il montaggio del parlato, dell’audio e la presentazione è fatta.

Sono costruite a tavolino, per cui la spontaneità e l’immediatezza della trasmissione live, la diretta è tutt’altra cosa perché ci viole una preparazione che viene con il tempo.

Quello che posso consigliare? Per condurre delle trasmissioni bisogna avere tanta cultura generale e specifica della musica e, se non c’è, emerge all’ascolto.

Si sente chi non è preparato, quindi il consiglio è quello di lavorare tanto, studiare la musica, ascoltare con attenzione gli altri, riascoltarsi per migliorarsi.

Musica a Milano

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