Spider-Man Homecoming recensione e trailer
 

Spider-Man Homecoming: la recensione e il trailer del reboot targato Marvel

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Con Spider-Man Homecoming, il nuovo film nato dalla sinergia di Sony e Marvel, Peter Parker diventa protagonista del primo capitolo di una trilogia che segue un’altra coppia di pellicole (gli Amazing di Marc Webb) e la trilogia originale firmata da Sam Raimi. Siamo dunque a un totale di sei film – sette, se si conta la comparsata in Captain America Civil War – nell’arco di 15 anni incentrati sulle gesta dell’Arrampicamuri, uno dei personaggi più amati della scuderia della Casa delle Idee.

Era dunque davvero necessario un ennesimo reboot di questa icona dei fumetti, in uscita il 6 luglio nelle sale italiane? Difficile dirlo, ma il risultato raggiunto dalla pellicola firmata da Jon Watts (al suo attivo Cop Car e l’horror Clown) e interpretata dal giovane Tom Holland (The Impossibile, Civiltà perduta) sfoggia una freschezza e una vivacità che da tempo non si vedeva nei cinecomic e sopratutto nella rappresentazione cinematografica di Spider-Man.

La storia del film, fortunatamente, per una volta ci risparmia il racconto delle origini dei poteri di Peter Parker e ci fa piombare in medias res, dopo un veloce e divertente prologo “amatoriale” che mette in scena un dietro le quinte del primo coinvolgimento del ragazzo tra le fila degli Avengers.

Quello che seguirà non è altro che la cronaca del ritorno del protagonista alla sua vita quotidiana da studente e dei suoi tentativi di impressionare il mentore Tony Stark – Iron Man (il solito gigione Robert Downey Jr.) in un rapporto che fa da succedaneo alla figura paterna assente nella vita del giovane. Nel mezzo il primo innamoramento e il primo scontro con un villain degno di menzione, l’Avvoltoio che ha le fattezze di Michael Keaton, in un ruolo che fa il verso al suo Birdman.

Sin dalle prime scene il progetto della Marvel appare chiarissimo: rimanere fedeli allo spirito del personaggio e al contempo modernizzandolo senza calcare la mano. Si tratta infatti dello Spider-Man più vicino all’originale a fumetti, quello che vedeva nascondersi sotto il costume rosso e blu un ragazzo timido e impacciato, volenteroso, pronto alla battuta, e perennemente impegnato su più fronti (privati, pubblici e segreti), spesso confliggenti.

Anche la tanto chiacchierata zia May di Marisa Tomei mantiene le solite caratteristiche di angelo custode da non far preoccupare, malgrado l’aspetto più che avvenente, e le dinamiche scolastiche in cui si caccia Peter sono lo stesse dei primi albi, per quanto adattate a un gusto contemporaneo (si è citato non a sproposito il nume tutelare John Hughes, omaggiato esplicitamente in una scena).

Alla base del film c’è in qualche modo una diversa concezione della working class americana: da una parte Peter, cui il suo quartiere va strettissimo ma che in realtà ama da morire, e dall’altra l’Avvoltoio, piccolo imprenditore edile che si vede rubare un appalto da una grande corporazione; entrambi vorrebbero proteggere la propria famiglia allargata, ma se il primo lo fa con i propri superpoteri, pur goffamente, l’altro si dà al crimine ingaggiando una battaglia contro il mondo per reclamare i diritti che a suo dire gli sono stati strappati.

Sarà proprio un’intensa di scena di dialogo tra i due, che in realtà hanno pochi momenti insieme, a rappresentare il culmine del film, con una svolta thriller inaspettata impostata su un colpo di scena ben costruito (e in cui Keaton si conferma attore di razza). Alla fine, come sempre, il senso di responsabilità di Spider-Man preverrà su ogni cosa, obbligandolo a fare scelte difficili e dolorose e confermando quel tratto da martire della gente comune che contraddistingue il personaggio.

Jon Watts si conferma regista che sa gestire bene i non pochi momenti comici, che poggiano tanto sulle spalle di Holland quanto su quelle dei comprimari (Happy, l’aiutante di Stark, Ned, il migliore amico di Peter, Flash Gordon, il suo rivale, e Michelle, la silenziosa nerd che nasconde una sorpresa). Meno salda la sua mano nelle scene d’azione, che si fanno più confuse e meno intellegibili quanto più è alta la posta in gioco: un peccato, perché la fisicità dell’Uomo Ragno permette momenti acrobatici molto spettacolari.

Il vero problema di Spider-Man Homecoming – che a onor del vero rimane un film godibile e divertente – è sempre l’inserimento all’interno del canone Marvel: si tratta infatti di un’opera che ha tutta una serie di caratteristiche e qualità positive, ma che fatica a trovare un proprio stile e una propria identità forte. In un certo senso la deriva da episodi televisivi dell’Universo Cinematografico Marvel garantisce da una parte uniformità ai vari tasselli, ma dall’altra frena le ambizioni e le peculiarità di ogni progetto e cineasta che se ne occupa.

Questo nuovo Uomo Ragno in parte si smarca, offrendo una visione più giovanile (anche a livello musicale – citiamo solo i Ramones nella colonna sonora) e colorata del cinecomic ormai classico, ma dall’altra è ancorato a strutture e imposizioni che gli tarpano parzialmente le ali. Ma forse basterà attendere solo l’inevitabile sequel.