Veloce come il vento: tira aria di cambiamento nel cinema italiano
 

Veloce come il vento: tira aria di cambiamento nel cinema italiano

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veloce-come-il-vento-recensione“Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce”.
– Mario Andretti

Ci sono alcune storie vere, piccole e preziose, che arrivano sul grande schermo per caso. Una di queste è quella raccontata al regista Matteo Rovere (Gli sfiorati, Un gioco da ragazze) da un anziano meccanico di provincia, Antonio Dentini, e che ha come protagonista Carlo Capone, campione di rally negli anni Ottanta, oggi in una struttura psichiatrica.

A interpretalo in Veloce come il vento, con il nome di Loris De Martino, è Stefano Accorsi. A vent’anni dall’uscita nelle sale di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, l’attore bolognese perde 12 chili, studia per sei mesi la tossicodipendenza a stretto contatto con chi è caduto nel tunnel della droga, si allena per le gare di rally con Paolo Andreucci e ci regala uno dei personaggi più riusciti della sua carriera: un campione dimenticato dal tempo e ormai perso nel tunnel della tossicodipendenza, uno che chiamavano “Ballerino” perché sapeva danzare sulla pista, con eleganza e velocità, uno che riusciva a tenere le curve della strada, ma non quelle della vita. E che è andato fuori pista, si è perso. Bugiardo, disperato, divertente, affettuoso, irresponsabile, sfrontato: Loris è il re degli ultimi.

Alla morte improvvisa del padre, dopo anni di assenza, Loris torna a casa dai due fratelli minorenni, Giulia (Matilda De Angelis, scelta fra oltre 400 candidate ai provini) e Nico (Giulio Pugnaghi). Quarantanove chili di determinazione, Giulia è anche lei un pilota, un talento eccezionale che a soli 17 anni partecipa al campionato GT e deve vincerlo a tutti i costi, se non vuole perdere la casa in cui abita. Senza una guida in pista e nella vita, sommersa dai debiti ereditati dal padre, la ragazza è costretta a mettersi nelle mani a Loris: anche se totalmente inaffidabile, l’uomo conserva uno straordinario sesto senso per la guida.

Se non un vento impetuoso, sembra essersi alzata una brezza di cambiamento nel cinema italiano che solitamente inanella una commedia dietro l’altra: dopo Suburra (qui cosa ne pensiamo noi di MW) e lo strepitoso successo di Lo chiamavano Jeeg Robot (leggi qui la nostra recensione), ci troviamo di nuovo di fronte a un film che canta con grazia gli ultimi, i diseredati, i guerrieri di provincia in cerca di redenzione e riscatto. In uscita giovedì 7 aprile, Veloce come il vento è sì un film sui motori, ma è soprattutto un film sulla storia di una famiglia e sul rischio. Che non è solo il rischio della velocità, di prendere una curva a 200 km/h, ma anche quello di far rientrare nella nostra vita chi ci ha deluso, chi avevamo giurato non ci avrebbe fatto soffrire mai più.

Il grande merito di Rovere è aver cercato con coraggio un linguaggio e una dimensione italiane: infatti oltre ai fratelli De Martino il suo terzo lungometraggio ha un’altra grande protagonista: la provincia romagnola. Il film è infatti stato girato a Imola e racconta di strade di campagna, polverose e assolate, in cui l’odore della benzina si mischia alla puzza del letame e del rombo dei motori sui circuiti a cui si alterna il sibilare schietto delle “S” sulla bocca della gente del posto.

La sceneggiatura, scritta a sei mani dal regista e da Francesca Manieri e Filippo Gravino, è solida ed equilibrata anche se, a nostro parere, la svolta narrativa si lascia aspettare un po’ troppo. Le riprese per le scene di corsa girate senza l’ausilio della computer grafica (e senza scimmiottare il modello hollywoodiano, forzando la mano dello spettatore) rafforzano il genuino realismo del film.

Da vedere.

Il nostro voto: 7 e mezzo
Una frase: “Disperati veri si è rimasti in pochi”. (Loris)
Per chi: aspettava qualcosa di nuovo.