The Hateful Eight: la recensione dell'ottavo film di Tarantino
 

The Hateful Eight: la recensione dell’ottavo film di Quentin Tarantino

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Un lungo, lento carrello all’indietro svela la corsa di una diligenza attraverso i sentieri innevati del Wyoming, qualche anno dopo la Guerra civile: i cavalli galoppano sotto la frusta, le ruote affondano nella neve, e si prepara una tempesta.

Inizia così The Hateful Eight, l’ottavo e attesissimo film di Quentin Tarantino che uscirà in circa 600 sale italiane giovedì 4 febbraio e in due versioni: la prima è quella digitale, da 2 ore e 47′; la seconda, che comprende la splendida overture del Maestro Morricone, è stata girata in Ultra Panavision 70mm (3 ore e 8′), un formato da tempo abbandonato e che crea sullo schermo un interessante rapporto 2.76:1. È di quest’ultima che vi proponiamo la nostra recensione: potrete vederla al Cinema Arcadia di Melzo. 

Con The Hateful Eight Tarantino dichiara il suo amore per il cinema tradizionale: il regista di Le Iene non solo opta per il “glorioso 70mm”, ma, in collaborazione con Kodak, recupera le lenti anamorfiche (invece di quelle sferiche) usate per la mitica sequenza della corsa delle bighe in Ben Hur e gira in un formato, l’Ultra Panavision, usato solo per pochi film nella storia del cinema (L’ammutinamento del Bounty, Questo pazzo pazzo pazzo mondo, La più grande storia mai raccontata, La battaglia dei giganti). Il risultato sono 24 tremolanti fotogrammi al secondo che creano l’illusione del movimento e ci restituiscono un’immagine meno stabile, ma assolutamente affascinante (immediato è il paragone con  The Revenant di Iñárritu e  in particolare con la scena girata in CGI dell’attacco da parte di un grizzly al personaggio interpretato da DiCaprio). Lo schermo diventa un palco, l’inquadratura tanto ampia da contenere contemporaneamente più personaggi, più dettagli, più azioni: sarà lo spettatore, proprio come a teatro, a decidere su cosa soffermarsi. The Hateful Eight è, insomma, una vera e propria piéce teatrale.

Definito dallo stesso Tarantino “Le Iene formato western”, The Hateful Eight – che si svolge nell’arco di una giornata – narra di otto odiosi personaggi, vera e propria feccia dell’umanità, che si muovono in un unico ambiente, l’Emporio di Minnie, dove si sono rifugiati per sfuggire a una bufera di neve. Sulla diligenza ripresa nell’incipit del film viaggiano, infatti, il cacciatore di taglie John “Il boia” Ruth (Kurt Russell) e la donna che ha catturato, Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh): i due sono diretti alla cittadina di Red Rock dove Ruth consegnerà l’assassina nella mani della giustizia e incasserà i 1omila dollari di ricompensa. Lungo la strada incontrano degli sconosciuti: il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un ex soldato nero dell’unione diventato cacciatore di taglie, e Chris Mannix (Walton Goggins), un rinnegato del Sud che sostiene di essere il nuovo sceriffo della città. A causa della neve, i quattro cercano rifugio nell’emporio di Minnie, una stazione di posta per diligenze  fra le montagne. Al loro arrivano, però, non trovano la proprietaria, ma quattro sconosciuti. Bob (Demian Bichir), che si occupa della locanda mentre Minnie è via; Oswaldo Mobrey (Tim Roth), il boia di Red Rock; il mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e il Generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern). Ma qualcuno mente e ben presto la convivenza sotto lo stesso tetto si farà poco amichevole.

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Non ci sono eroi in quest’ultimo film di Tarantino, nessuno per cui tifare. Tutti sono contro tutti: bianchi contro neri, nordisti contro sudisti, sheriffi contro criminali e cacciatori di taglie, boia contro chi ha sete di giustizia sommaria; il regista racconta così il mito della frontiera, la nascita di una nazione che affonda le sue radici nella corsa all’Ovest, alle terre di nessuno in cui il diritto ha fatto fatica a imporsi. Così facendo, Tarantino ci consegna il suo film più politico che racconta di un Paese non ancora pacificato, l’America in cui le recenti polemiche sull’assenza di candidati di colore nella corsa agli Oscar (che ha portato il regista Spike Lee e l’attrice Jada Pinkett a boicottare la cerimonia al grido di #OscarSoWhite) si legano alle rivolte seguite all’uccisione di persone di colore da parte della polizia nel 2015.

Scampato il pericolo di trovarci davanti a una sorta di seguito di Django Unchained, da spettatori ci troviamo spiazzati: The Hateful Eight è un film lento, denso, difficile, verboso, teatrale. Ma bellissimo. Meno “mainstream” del suo predecessore, certamente più maturo. Arrivato a 52 anni, Tarantino va al di là del suo citazionismo (i rimandi più diretti sono quelli a Un dollaro d’onore di Howard Hawks e a La cosa di John Carpenter), rinuncia al suo cameo d’ordinanza, e mette in scena un giallo alla Agatha Christie, Dieci piccoli indiani in salsa western.

Per questo mistery da camera in cui la violenza sale lenta per poi esplodere implacabile sul finale, Tarantino si affida a un cast di attori con cui ha già lavorato, primo fra tutti Samuel L. Jackson, grande escluso dalla corsa agli Academy Award, cui si aggiunge Jennifer Jason Leigh che per la sua interpretazione è candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista. Cattivissima, scurrile e razzista, Daisy Domergue completa, con buona pace di chi ha definito Tarantino misogino, la notevole galleria di personaggi femminili del regista: spadaccine, pistolere, angeli della vendetta e così via. In ogni caso, mai banali.

Splendida la fotografia dell’immenso Robert Richardson che gioca con colori saturi, coni di ombra e lame di luce su volti e oggetti per raccontarci -fra caffé, stufati di manzo e bugie- la doppiezza di questi personaggi; non a caso, con gli Oscar per The Aviator, JFK – Un caso ancora aperto e Hugo Cabret, Richardson è – con Vittorio Storaro – uno dei due direttori della cinematografia viventi ad aver vinto tre volte l’Academy Award. Aspettiamo invece il 27 febbraio per vedere se Ennio Morricone riuscirà ad aggiudicarsi la seconda statuetta: fra picchi vertiginosi e bassi inquietanti, sceglie per la sua overture le sonorità cupe tipiche dell’horror e ci consegna un pezzo di grandissima maestria.

Il nostro voto: 8 e mezzo
Una frase:
John Ruth: Stai scrivendo la storia della tua vita?
Joe Gage: Ci puoi scommettere.
John Ruth: Io ci sono?
Joe Gage: Beh, ci sei appena entrato.
Per chi: aspettava un Tarantino più maturo.